Il Santo Graal

Il Santo Graal e lo Spirito di Ma’at: approcci alternativi e percorsi inesplorati alla ricerca della reliquia introvabile

 

Periodicamente e con una cadenza piuttosto regolare, riviste specializzate e non ci informano di nuove “scoperte” riguardanti presunte localizzazioni della reliquia più santa e più introvabile della storia: il Santo Graal.

Alla base di tali “scoperte”, nella maggior parte dei casi, sta il rinvenimento, in questo o quel luogo, di reperti assimilabili alla celeberrima “coppa del Preziosissimo Sangue”.

 

Il problema è: siamo poi così certi che il Graal e tale coppa siano davvero la stessa cosa?

Forse prima di chiederci dove sia il Graal, faremmo meglio a chiederci che cosa esso sia…

In realtà, infatti, una identificazione Graal – coppa di Cristo si fonda su presupposti storici a dir poco erronei: il primo a parlarne fu Robert de Boron, nel suo Joseph d’Arimathie, un’opera nata intorno al 1270, in pieno clima crociato, per inglobare un mito certamente pre-esistente e ricondurlo in ambito cristiano, quando, al contrario, come dice Julius Evola, “[…]la tradizione cattolica nulla sa circa il Graal, e lo stesso dicasi per i primi testi del cristianesimo in genere”1.

Risalendo il flusso penetrativo del mito, ci accorgiamo, infatti, che, ben prima di lui, avevano parlato del Graal il Conte del Graal di Chrétien de Troyes (1180 circa), che, senza altre specificazioni, aveva definito la reliquia semplicemente “un contenitore” (“basin”) e, qualche tempo dopo (verso il 1215), il Parzival di Wolfram Von Eschenbach, basato, però, su fonti molto precedenti (certamente risalenti a prima del 1085)2. Wolfram è molto più esaustivo nella sua descrizione di cosa il Graal sia e ci dice che esso è, in effetti, una semplice pietra.

Qui sta il punto fondamentale di tutta la questione: non di una coppa dobbiamo metterci in cerca, ma di “…una pietra del genere più puro […] chiamata lapis exillis. [Se un uomo continuasse a guardare] la pietra per duecento anni, [il suo aspetto] non cambierebbe: forse solo i suoi capelli diventerebbero grigi”3. Ovviamente, ciò cambia radicalmente i termini della questione. Ma il rischio è quello di intraprendere una nuova “quest oggettuale”, senza comprendere a fondo i termini della questione.

Come primo passo, invece, in questa nuova ricerca, dobbiamo tentare di penetrare a fondo nella mentalità medievale, una mentalità in cui, come ci spiega il grande storico Jaques Le Goff: “ogni oggetto materiale era considerato come la figurazione di qualcosa che gli corrispondeva su un piano più elevato e che diventava così il suo simbolo. Il simbolismo era universale, e il pensare era una continua scoperta di significati nascosti, una costante, ‘ierofania’. Poiché il mondo nascosto era un mondo sacro e il pensiero simbolico non era altro che la forma elaborata, decantata, al livello dei dotti, del pensiero magico nel quale si immergeva la mentalità comune […] si trattava sempre di trovare le chiavi che forzavano quel mondo nascosto, il mondo vero e eterno, quello dove ci si poteva salvare.[…] Un grande serbatoio di simboli è la natura. Gli elementi dei diversi ordini naturali sono gli alberi di questa foresta di simboli. Minerali, vegetali, animali sono tutti simboli anche se la tradizione si contenta di privilegiarne alcuni: fra i minerali, le pietre preziose che colpiscono la sensibilità per il colore e evocano i miti della ricchezza…”4

Su questa base, dunque, sembrerebbe ben più produttivo e consono alla mentalità da cui scaturisce il mito (o meglio, da cui si fa enunciato in occidente), ritenere che, sostanzialmente, quando parliamo di Graal-pietra ci stiamo riferendo ad un simbolo concreto di concettualità astratte, secondo la logica simbolica di eliadiana memoria5, e non ad un oggetto reale e tangibile.

Ecco che il nostro problema si sposta notevolmente. Se il Graal è puro significante simbolico, il passo successivo deve riguardare l’attribuzione di un significato morale o teologico a ciò che, altrimenti, rimarrebbe unicamente guscio vuoto e senza senso.

Qui, però, le cose si complicano notevolmente. Se il significante concreto del Graal è rinvenibile nella pietra, dovremmo ricercare le concezioni astratte collegate, in ambito medievale, a tale oggetto, ma, in tale ricerca, ci rendiamo conto di trovarci davanti ad una selva sterminata di significati possibili6.

In linea generale, possiamo ritenere che i minimi comun denominatori di tali significazioni del simbolo “pietra” possano essere riassumibili in:

* un segnale della presenza di Dio e della sua potenza;
* un elemento fondante del potere creativo primigenio;
* un simbolo di regalità;
* un ricettacolo di forza cosmica.

Dal momento che tutti questi elementi, pur adattandosi perfettamente al senso del Graal così come sviluppatosi dal momento della nascita del suo mito, risultano in definitiva generici, potremmo pensare di essere giunti ad una sorta di punto morto. In effetti, però, a questo punto viene in nostro aiuto una fonte insperata e, normalmente, probabilmente a torto, ben poco utilizzata dalla storia della simbolistica: la libera muratoria.

Lasciando da parte ogni discorso di stampo etico, politico o religioso sulla istituzione massonica in sé, è, infatti, innegabile che, per la sua particolare strutturazione storica, la massoneria possa essere considerata un formidabile bacino di conservazione e trasmissione (anche se, probabilmente, spesso pedissequa e, conseguentemente, progressivamente distorta) di sapere tradizionale proveniente dagli ambiti più disparati e sincretizzato in una sorta di cammino para-omogeneo7.

Ebbene, proprio in ambito libero-muratorio la pietra assume un ruolo fondamentale come simbolo morale.

La pietra grezza è il simbolo massonico legato all’allegoria della costruzione del tempio dell’umanità, alla cui edificazione si dedicano tutti i massoni. Simboleggia l’uomo come la natura l’ha creato, nel suo stato rude e incolto, caratterizzato dai vizi e dalle molte passioni che ogni libero muratore deve imparare a dominare. La pietra grezza simboleggia, di conseguenza, soprattutto il neofita, che non può essere utilizzato fino a quando, diventato apprendista, la sua preparazione intellettuale e morale non abbia raggiunto un grado nella scala del perfezionamento sufficiente a fargli guadagnare la patente di affidabilità. La pietra grezza dovrà, quindi, essere squadrata quel tanto che è necessario a consentirne l’impiego con le altre. Al massone viene continuamente ricordato che egli è pietra che deve essere levigata per ricavarne una ben definita personalità, richiesta dalle leggi geometriche dell’architettura dell’umanità. La pietra deve essere portata a una forma più prossima possibile al cubo perfetto, deve essere, cioè, trasformata dall’apprendista in pietra cubica, che è caratteristica del superiore grado massonico di compagno d’arte.

Come contraltare, allora, la pietra squadrata rappresenta la pietra perfetta, in cui tutte le dimensioni sono tra loro uguali. Simboleggia l’uomo che, operando su sé stesso, ha superato le sue condizioni primordiali attraverso l’eliminazione sistematica e graduale, iniziaticamente pilotata, delle imperfezioni da cui era costituito. La regolarità dei nuovi elementi costitutivi conseguiti è proporzionale all’abilità e alla diligenza di ogni singolo artefice, messe in atto nel corso della lavorazione della sua pietra grezza. Quanto di purificato ed istruito si è strettamente collegato ed amalgamato nell’apprendista libero muratore, si manifesterà nella sua realtà nel compagno d’arte, dentro e fuori della loggia8.

Insomma, risulta assolutamente chiaro che il simbolo della pietra si riferisce, in ambito massonico, allo Spirito (in altri ambiti lo potremmo chiamare Anima, o Logos, o Sentire) dell’uomo, in costante ricerca della propria elevazione.

Ci si trova, allora, di fronte ad una sorta di dicotomia di significati che rischia di lasciare spiazzati: da un lato abbiamo, infatti, una pietra che, in virtù della carica simbolica attribuitale nel corso dei secoli, si pone pienamente come simbolo teologico e teofanico; dall’altro, abbiamo una significazione esoterico-massonica che riporta il simbolo ad un piano pienamente morale-antropologico.

La tentazione potrebbe essere quella di pensare a due piani di significazione a sé stanti, a due tradizioni parallele che attribuiscono ruoli differenti alle stesso oggetto simbolico.

Ragionare in questo modo, però, sarebbe un errore, perché significherebbe discostarci nettamente dal sistema di pensiero che deve farci da punto di riferimento, cioè quella cosmologia medioevale in cui “nulla è elemento a sé stante ma tutto è parte del tutto, tutto è forma distinta della medesima sostanza, che è, in ultima analisi, manifestazione del Divino pervadente.”9

In quest’ottica, allora, è necessario trovare punti di contatto, elementi di compenetrazione sincretica tra nuclei di significato che possono, a prima vista, apparire anche lontani tra loro.

Nella realtà dei fatti, una tale operazione di sincretizzazione non appare, da punto di vista logico, particolarmente ardua ed anzi, proprio impostando il più lineare dei sillogismi, possiamo pervenire a conclusioni di enorme importanza.

Proviamo a ripercorrere da un altro punto di vista i dati fino ad ora emersi.

La massoneria, si è detto, è uno scrigno di conservazione di un sapere simbolico molto antico. Tale scrigno, pur se formalizzato nella sua dimensione ‘speculativa’ solo nel 1717, fonda storicamente le proprie radici nelle corporazioni operative medioevali. Proprio nel medioevo, all’incirca nello stesso periodo della fioritura della massoneria operativa, si sviluppa in letteratura (come abbiamo visto, con diverse ramificazioni e interpretazioni) un simbolo, come quello del Graal che, pur in seguito passato alla Tradizione cristiana, ha, in realtà, origini che dal Cristianesimo appaiono essere ben lontane. Nella sua rappresentazione letteraria più antica (almeno dal punto di vista del nucleo tematico di riferimento) il Graal, simbolo universale (di cui è, però, ben difficile comprendere il significato puro, ultimo e fondante), viene oggettivizzato nel simbolo concreto della pietra. La stessa pietra, nell’originariamente coevo universo simbolico liberomuratorio, ha un ruolo di grandissima importanza ed un significato ultimo interpretabile come ‘Spirito umano’. Su questa base, allora, è più che lecito inferire uno slittamento di significato e una sua estensione proprio all’ambito graaliano, ipotizzando come significato finale del Graal, proprio quello stesso ‘Spirito umano’ che non risulta dicotomico e contrastante con una significazione teologica del simbolo in virtù di quanto precedentemente affermato riguardo alla visione antropologica medioevale: la pietra è simbolo dello spirito umano, ma lo spirito umano (che è sostanza ultima formante dell’uomo) è, fondamentalmente, nel quadro biblico-cristiano, simbolo vivente di Dio (“… ad immagine e somiglianza…”) e, di conseguenza, ecco che, per proprietà transitiva, la pietra diventa anche simbolo teofanico a pieno diritto.

Il rinvenimento del significato ultimo del Graal nella simbolizzazione dell’animo umano in continuo perfezionamento, comunque, ben lungi da essere un punto di arrivo, risulta essere, piuttosto, un punto di partenza per la risoluzione di altri quesiti.

Lasciando completamente da parte l’ambito morale-teologico, che non ci pertiene, una domanda, dal punto di vista storico, assume particolare importanza: da dove deriva l’idea di una simbolizzazione dello spirito umano nella pietra? Non si tratta di una domanda oziosa: dalla risposta, infatti, potrà derivare anche l’ottica da assumere in campo etico per una reale comprensione del messaggio graaliano.

Ebbene, ripercorrendo a ritroso la storia della simbologia, risulta chiarissimo il punto di origine di tale riversamento simbolico: la pietra diventa simbolo dello spirito già nella cultura dell’antico Egitto. Esaminiamo alcuni passaggi che portano ad una tale conclusione, a partire, ancora una volta, dal sistema para-culturale libero-muratorio.

In uno dei testi divulgativi sulla Massoneria più conosciuti, quel La Chiave di Hiram di Knight e Lomas10 che tanto ha contribuito alla diffusione di una sorta di immagine mitico-mitologica dell’Arte Reale11, solo parzialmente rispondente alla verità, in mezzo alle numerose affermazioni di difficile riprova storica12, ve n’è una di estremo interesse, riguardante proprio lo Spirito, o meglio l’orientamento spirituale che deve animare ogni Libero Muratore e che, secondo i precetti morali massonici, dovrebbe diventare l’orizzonte esperienziale a cui tendere per ogni uomo, profano o iniziato.

Tale affermazione riguarda quello che gli autori definiscono lo ‘Spirito di Ma’at’’.

Scrivono Knight e Lomas: “I nostri studi ci consentirono di familiarizzare con un concetto cardine attorno a cui ruota la civiltà egizia, cioè a dire la nozione di Mé’e13, la cui definizione, qui di seguito riportata, destò in noi una reazione mista di agitazione e stupore:

‘Il bisogno di ordine rappresentava la caratteristica distintiva della civiltà egizia. Se le convinzioni religiose di questo popolo non mostrano profondi contenuti etici, nelle questioni pratiche la giustizia era considerata da tutti un bene fondamentale, parte integrante dell’ordine naturale delle cose. Il giuramento solenne prestato dal faraone davanti al visir nel giorno dell’investitura serviva ad enfatizzare ulteriormente tale concetto. Il termine Mé’e usato nella cerimonia non voleva indicare semplicemente l’equità; trattandosi di vocabolo il cui senso originario era letteralmente «livellato, ordinato, simmetrico», proprio come le fondamenta di un tempio, esso assume nel tempo una sfumatura più astratta, venendo a designare la rettitudine, la verità e la giustizia.’14

Si potrebbe trovare una descrizione più limpida e più succinta della Massoneria? Parlando in qualità di iniziati, lo escludiamo. L’istituzione muratoria è un particolare sistema morale che trova il proprio fondamento sui principi dell’amore fraterno, del soccorso e della verità. Al neofita si insegna che squadre e livelle sono segni certi di identificazione di un fratello. Come il concetto di Mé’e (tradotto come «la Rettitudine») non costituiva parte integrante di un qualche corpus teologico o di qualche mito a sfondo religioso, così la Massoneria non può essere considerata come una religione. In ambedue i casi si è pragmaticamente pervenuti all’idea che la continuità di civiltà e progresso sociale derivi dalla capacità individuale di «non fare agli altri ciò che non si vorrebbe fosse fatto a noi». Il ricorso, in ambedue le concezioni alla simbologia del progetto e della costruzione di un tempio, nonché la convinzione che la condotta umana debba essere equilibrata e retta, non vanno lette come mere coincidenze del caso. […] A questo punto il legame tra principi libero muratori e i valori della «Rettitudine» ci sembravano fuori discussione.”15

Insomma, uno dei cardini della morale massonica, proprio quello spirito che dovrebbe risorgere dallo squadramento della nostra pietra per mostrarsi come vero spirito dell’uomo (e, non ci stanchiamo di ripeterlo, come conseguente riflesso del Divino nell’uomo), avrebbe origini che riposano addirittura nella religiosità egizia. Si tratta di un salto culturale certo azzardato ma che, storicamente, non appare così incongruo. La connessione tra Spirito Liberomuratorio (legato al concetto di pietra) e ‘Spirito di Ma’at’ dell’Antico Egitto appare, infatti, lecita e sembra trovare riscontro nella realtà effettuale per almeno tre ordini di ragioni:

1) come scrive Massimo Introvigne16:

“[Tra le fonti della Massoneria speculativa] vi era un corpus di leggende contenuto nelle cosiddette ‘Costituzioni manoscritte della massoneria’, i cui testi principali sono due manoscritti, Halliwell (più conosciuto come Regius) e Cooke, che risalgono agli anni 1390-1410. Questi manoscritti contengono due diverse leggende sulle origini della muratoria: una più antica – che è stata chiamata la ‘storia antica breve’ – e una più recente, la ‘storia nuova lunga’.

La ‘storia antica breve’ parte da un mitico viaggio in Egitto di Euclide (c. 300 a.C.), che ivi avrebbe fondato una scuola dell’arte della geometria e della costruzione, trasmessa poi a numerosi popoli e in particolare agli inglesi all’epoca del re Athelstan (†939), che avrebbe dato ai liberi muratori i loro regolamenti e costituzioni. La ‘storia nuova lunga’ parte invece da prima del Diluvio e menziona vari personaggi biblici – fra cui Jabal, che sarebbe stato un maestro costruttore impiegato da Caino, ed Enoch – che avrebbero trasmesso i segreti dell’arte muratoria in lamine d’oro o colonne nascoste (più tardi confuse con le colonne Jachin e Boaz del tempio di Salomone, con cui all’origine non si identificavano). Successivamente questi segreti sarebbero stati rivelati ad Abramo, di cui sarebbe stato allievo Euclide (è raro che le leggende si preoccupino dei dati cronologici) il quale avrebbe insegnato l’arte agli egizi. Dagli egizi l’arte sarebbe stata ritrasmessa agli ebrei, e avrebbe trovato il suo culmine con Salomone e il suo Tempio. Dopo la distruzione del Tempio l’arte sarebbe passata ai cristiani – fra cui quattro martiri europei, costruttori di professione, i santi Quattro Coronati –, sarebbe stata protetta in Inghilterra da sant’Albano (il cui martirio è tradizionalmente fissato al 303 d.C.) e codificata da Athelstan…”.

Di fatto, dunque, un forte collegamento tra Massoneria e cultura egizia, per quanto attraverso il filtro di leggende e rielaborazioni simboliche, risulta chiaramente attestato nel Poema Regius17, il più antico testo massonico conosciuto.

D’altra parte, quasi tutti i Riti18 presenti nella Libera Muratoria si rifanno, direttamente o indirettamente, a elementi simbolici egiziani.

2) Un altro punto a favore della ‘Teoria di Ma’at’ deriva dall’analisi del senso stesso di tale divinità. Si prenda, ad esempio, una definizione tratta da Esonet19 (ma, in realtà, qualunque definizione sulla dea si attaglia a medesime considerazioni):

“Nell’antico Egitto Maat era la regola, e la regola era Maat. Nessun concetto poteva significarne tanti alla pari di Maat. Essa era l’ordine, la saggezza, la ritualità, la rettitudine, la giustizia, la morale, l’armonia universale. Era il cubito dell’artigiano, secondo il quale ogni cosa veniva misurata esattamente. Era la custode della legge divina, verità perfetta e sapienza assoluta. Simbolo di Maat, nel linguaggio dei geroglifici, era lo zoccolo del trono, rettitudine per eccellenza. Dire e fare Maat, porre la regola nel suo cuore per governare con armonia: questo e solo questo era il compito principale del Sovrano, espressione terrena della divinità. Ispirandosi alla regola di Maat, il Re interveniva negli affari giuridici, proteggeva il debole dal più forte. É in virtù del suo legame con Maat che l’istituzione faraonica fu il più durevole dei regimi politici e attraversò i secoli. É per questo che il faraone (da ‘per aa’, grande casa) non poteva essere un tiranno: la sua volontà doveva essere solo Maat, al di fuori di essa c’era il caos. Maat era figlia del dio solare Ra e sorella di Thot, dio della sapienza. Con lui sedeva sulla prua della nave di Ra, impugnando lo scettro e l’ankh e portando la piuma bianca della verità. A Maat prestava giuramento il faraone, al momento dell’investitura, e nella sala di Maat (la Sala della Giustizia), al termine della vita terrena, avveniva la pesatura del cuore con la piuma della giustizia. Questa era la tradizionale dichiarazione di innocenza (dal Papiro di Ani) di fronte a Osiride: ‘Non ho detto il falso: Non ho commesso razzie; Non ho rubato; Non ho ucciso uomini; Non ho commesso slealtà; Non ho sottratto le offerte al dio; Non ho detto bugie; Non ho sottratto cibo; Non ho disonorato la mia reputazione; Non ho commesso trasgressioni; Non ho ucciso tori sacri; Non ho commesso spergiuro; Non ho rubato il pane; Non ho origliato; Non ho parlato male di altri; Non ho litigato se non per cose giuste; Non ho commesso atti omosessuali; Non ho avuto comportamenti riprovevoli; Non ho spaventato nessuno; Non ho ceduto all’ira; Non sono stato sordo alle parole di verità; Non ho arrecato disturbo; Non ho compiuto inganni; Non ho avuto una condotta cattiva; Non mi sono accoppiato (con un ragazzo); Non sono stato negligente; Non sono stato litigioso; Non sono stato esageratamente attivo; Non sono stato impaziente; Non ho commesso affronti contro l’immagine di alcun dio; Non ho mancato alla mia parola; Non ho commesso azioni malvagie; Non ho avuto visioni di demoni; Non ho congiurato contro il re; Non ho proceduto a stento nell’acqua; Non ho alzato la voce; Non ho ingiuriato alcun dio; Non ho avuto dei privilegi a mio vantaggio; Non sono ricco se non grazie a ciò che mi appartiene; Non ho bestemmiato il nome del dio della città.’”

Ebbene, si confronti ora il testo sopra riportato con il seguente estratto (sei dei primi nove articoli su quindici20) del documento intitolato Antichi Doveri e Regole, che riporta le norme che, secondo il Regolamento della Gran Loggia Regolare d’Italia, l’unica Gran Loggia italiana riconosciuta dalla Loggia Madre (la United Grand Lodge of England), devono essere letti dal Segretario al Maestro Eletto prima della sua installazione a Maestro Venerabile21:

“1. Vi impegnate a tenere sempre una condotta onesta e rispettabile e ad obbedire alla Legge Morale.

2. Vi comporterete da ideale cittadino e di buon grado vi sottometterete alle Leggi del Paese nel quale risiedete.

3. Vi impegnate a non partecipare a complotti e cospirazioni contro lo Stato e a sottomettervi alle decisioni della Magistratura.

4. Vi impegnate a rispettare la Magistratura Civile, a lavorare onestamente, a condurre una vita rispettabile e ad agire lealmente verso tutti.

[5. Vi impegnate ad onorare la memoria dei Fondatori dell’Ordine Massonico, a rispettare i loro regolari successori, i capi supremi e gli ufficiali subalterni secondo il loro grado; Vi impegnate ad uniformarvi alle decisioni ed alle risoluzioni prese in Loggia dai vostri Fratelli in conformità alla Costituzione dell’Ordine.]

6. Vi impegnate ad evitare la polemica e lo scontro verbale ed a prevenire l’intemperanza e l’eccesso.

[7. Vi impegnate ad essere circospetto e prudente nella condotta e nelle azioni, cortese con i vostri Fratelli e fedele alla vostra Loggia.

8. Vi impegnate a rispettare tutti coloro che sono Fratelli, veri e regolari, a cacciare gli impostori e coloro che dissentono dalla pratica dei Principi originari della Massoneria.]

9. Vi impegnate a contribuire al bene generale della società, a coltivare la virtù sociale e a promuovere la conoscenza dell’Arte nei limiti consentiti dalle vostre capacità.”

Mutatis mutandis, è impossibile non notare l’assoluta consonanza di ordine morale tra due documenti distanti tra loro circa 4000 anni.

D’altra parte, come ricordato dal Ven.Fr. Nigel Beaven22, alcuni dei concetti fondamentali del ‘Rituale di Iniziazione’ di ogni Fratello Muratore risultano essere:

“Che la Prudenza vi diriga,

Che la Temperanza vi moderi,

Che la Fortezza vi sostenga,

e che la Giustizia sia la guida di ogni vostra azione”,

al cui interno, ricorda sempre il Ven. Fr. Beaven,

“La Giustizia [cioè la virtù rappresentata da Ma’at] viene considerata come la più importante tra le Virtù Cardinali […] E’ una qualità morale che perfeziona la volontà e la porta a rendere ad ognuno ciò che gli appartiene…”

3) La prova fondamentale, però, del collegamento tra pietra, spirito dell’uomo massonico e ‘Spirito di Ma’at’ è data dalla simbologia relativa alla dea. In molti testi si legge, erroneamente che il simbolo della dea Ma’at è una piuma, quella piuma che ella indossa e che serve a fare da contrappeso alle anime dei morti nel momento del loro giudizio. In realtà, la piuma è solo il simbolo geroglifico utilizzato per la rappresentazione di Ma’at, mentre

“Ma’at (a volte chiamata Maat) era la patrona della Verità, della Legge e dell’Ordine. Viene rappresentata come una donna, spesso giovane, che indossa una corona sormontata da una lunga piuma di pavone (spesso rossa). Il suo simbolo è una pietra che rappresenta la sua forza e stabilità. Si riteneva che senza di lei tutta la creazione sarebbe perita, dal momento che ella rappresentava l’ordine e la stabilità dell’intero universo.”23

E ancora al legame tra Pietra e Ma’at si accena nel Kore Kosmu24, il testo alessandrino attribuito a Ermete Trismegisto in cui, riguardo a Hermes (l’equivalente greco di Thoth25, sposo, nel pantheon egizio, di Ma’at), si trova:

“La Verità [Ma’at] dunque ha parlato a Hermes. Hermes ha compreso ogni cosa. Ciò che ha conosciuto egli ha inciso su pietra. Il pensiero su pietra nascosto ai più. I sacri simboli degli elementi cosmici, tenuti al silenzio sicuro che ogni più giovane età del tempo cosmico possa cercarli.”

Dalla lettura di questo brano difficilmente si potrebbe dubitare che la pietra sia in realtà simbolo di qualcosa di più elevato: la Verità di Ma’at, infatti, si incide sulla pietra, ma il significato più chiaro di questa affermazione è che la Verità e la Giustizia si incidono, marcandolo indelebilmente, sullo spirito dell’uomo e in particolare dell’uomo iniziato ai più alti misteri.

Ecco dunque che il simbolo pietra assume significati nettamente più precisi: se, infatti la pietra è simbolo della giustizia, è questa giustizia – ‘Spirito di Ma’at’ che il Libero Muratore deve riscoprire dentro di sé attraverso il lavoro di ‘sgrossatura’. Ma lo ‘Spirito di Ma’at’ resta comunque spirito divino all’interno dell’uomo ed è chiaro che, in ambito medioevale, tale spirito divino di stampo egiziano sia stato riportato all’omninglobante orizzonte cristiano. Si viene così definitivamente a superare la dicotomia interpretativa del simbolo, di cui si diceva in precedenza, mentre si opera una progressiva ‘chiusura del cerchio’ relativamente all’interpretazione del Graal.

In sostanza, infatti, la conclusione più lineare risulta anche essere la più sconvolgente: il Graal, in ultima analisi, siamo noi, nel senso che il vero Graal, nel suo significato originario, è semplicemente la nostra anima che necessita di elevarsi, sgrossarsi e volgersi verso la giustizia, ritornando allo stato originario di reale specchio simbolico della “giustizia di Ma’at”, del suo spirito.

Si tratta di una ipotesi ( perché pur sempre di ipotesi di lavoro stiamo parlando) azzardata? Forse. Ma, di fatto, solo attraverso questa interpretazione e l’esplorazione di nuovi percorsi di ricerca, come visto26, molte tessere del ‘mosaico culturale’ riguardante il mito graaliana sembrano trovare adeguata sistemazione.

NOTE:

1 Julius Evola, Il Mistero del Graal, articolo apparso sul quotidiano Il Popolo di Roma il 30 marzo 1934.

2 Lawrence Sudbury, Il Graal è dentro di noi, Milano, Il Melograno 2006, pp. 18 ss

3 Parafrasi dal Parzival tratta da: Arcangelo Morigi, Parsifal – Storia di un mito, Roma, Aretè 1991, pag. 37

4 Cfr. Jaques Le Goff, Alla Ricerca del Medioevo, Gorizia, Libreria Editrice Goriziana 1986, pgg. 121-122

5 Mircea Eliade, Storia delle Credenze e delle Idee Religiose, Vol. III, Milano, Sansoni 1980, pag. 111 ss.

6 AA.VV., Enciclopedia dei Simboli, Milano, Garzanti, 1991, pgg. 399-402

7 Afferma l’eminente egittologo Sir Wilkinson: “Tutte le leggende massoniche risalgono a tempi remoti e un esame accurato ci induce a riferirle agli ambienti delle Corporazioni Elleniche e dei Misteri d’Oriente” – Cfr. Sir. G. Wilkinson, Manners and Costums of the Ancient Egyptians, 1878, vol.III, pag. 38,

8 Cfr. Riccardo Chisotti (a cura di), Dizionario Esoterico, Esonet, 2002 (www.esonet.org)

9 Cfr. Salvatore Brunello, Compendio di filosofia medioevale, Bergamo, Capitanio, 1996, pag.21

10 Cfr. Christopher Knight e Robert Lomas, La Chiave di Hiram, Milano, Mondadori, 1997, passim

11 Termine con cui viene spesso definita la Libera Muratoria

12 Quali, ad esempio, quelle che riconducono la figura simbolico-leggendaria di Hiram Habif, il Maestro Architetto del Tempio di Salomone della Tradizione massonica alla figura storica di un Faraone del periodo Hyksos immediatamente precedente all’avvento del Nuovo Regno.

13 Altra dizione con cui viene reso in scrittura corrente il nome ‘geroglifico’ di Ma’at

14 P.H. Newby, Warrior Pharaos

15 Cfr. Knight, Lomas, citato, pgg. 113-115

16 Massimo Introvigne, La Massoneria, Milano, Elledici, 1997, pgg.41ss

17 Cfr. Poema Regius, Rivista Massonica, Vol. XVIV, N.6, 1973, pag.9

18 Ovviamente, primo fra tutti, quello di Memphis e Misraim

19 Cfr. Riccardo Chissotti, citato

20 I seguenti sono più strettamente legati alle Regole di comportamento proprie di un Libero Muratore in ambito di Loggia o di Obbedienza

21 Cfr. Antichi Doveri e Regole, pubblicato sul sito della G.L.R.I. (http://www.grandlodge-italy.org)

22 Ven. Fr. Nigel Beaven, PM de Bohun Lodge N.°8175 Buckinghamshire – UGLE. DC of Buckinghamshire Lodge for Masonic Research No. 9585 – UGLE, Conferenza dal titolo ‘La Pratica di Ogni Virtù Morale e Sociale, Loggia Quatuor Coronati N.°112 – GLRI, 15 ottobre 2005

23 Cfr. Gregor McCormack, Myths and Religious Believes in Ancient Egypt, Oxford, O.U.P., 1993, pag. 341.

24 Cfr. Ermete Trismegisto, Estratti da Stobeo: Kore Kosmu, Bologna, Mimesis, 1990, pag. 87

25 Per altro, sarebbe di notevole interesse analizzare le discendenze massoniche della figura di Thoth, il cui simbolo, la combinazione tra sole e luna, è spesso raffigurato accostato al simbolo di Ra, cioè l’occhio, cosa che non può non far pensare ad un retaggio nella simbologia del Tempio liberomuratorio, in cui, ad Oriente, sono raffigurati appunto Sole, Luna e Occhio Onnivedente…

26 E molti altri esempi si potrebbero citare. Cfr. L.Sudbury, citato, passim

Il Santo Graalultima modifica: 2012-01-28T19:10:00+00:00da giovannisantoro
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