Il trattato sul Picatrix e i suoi rapporti con la magia

Elena Frasca Odorizzi su: http://www.riflessioni.it/alchimia/picatrix-00.htm

PicatrixIl Picatrix è un famoso Trattato di Magia Astrologico-Talismanica che per secoli fu arbitrariamente bollato come opera satanica ed empia. Al contrario, questo manoscritto non era che uno dei molti testi redatti dagli studiosi Arabi desiderosi di recuperare e rielaborare le conoscenze del Mondo Ellenistico. In Europa vennero salvate dalla foga epuratrice dei Cristiani e ricopiate, soprattutto le Opere che potessero in qualche modo confermare la nuova ideologia religiosa dominante. Solo gli studiosi Arabi e pochi fortunati viaggiatori avevano la possibilità di consultare fonti ormai introvabili in Occidente, messe in salvo dagli autori pagani in fuga dalle persecuzioni di un Cristianesimo ormai lontano dal più autentico pensiero di Cristo.
All’indomani della cruenta spartizione di ciò che restava dei territori dell’Impero Romano, seguì un periodo di pace che portò alla riapertura delle vie commerciali e degli scambi culturali tra le corti della nuova aristocrazia guerriera. Le Opere Arabe furono, quindi, tradotte in latino e re-immesse nel circuito Europeo dove trovarono, spesso di nascosto, ampia diffusione tra gli studiosi Medievali. L’Origine della fortuna del Picatrix, come di molti altri manoscritti, fu dovuta al fatto che questi si rifacevano alla tradizione filosofica greco-romana, la quale, volente o nolente, restava il tessuto connettivo della cultura medievale, nonostante la Chiesa continuasse a cercare di occultarlo con assimilazioni improprie, torture e roghi di persone e di libri. Il tema centrale del Picatrix tratta della possibilità di influenzare e comprendere il mondo con atti magico-teurgici, in virtù di precise conoscenze mutuate dall’Astronomia greca, i Misteri antichi e la Filosofia naturalistica, che a partire da Eraclito per arrivare ai Neoplatonici, riconosceva l’esistenza di un rapporto di “simpatica” corrispondenza cosmologica tra il macrocosmo e il microcosmo. Passato il Medioevo, anche nel Rinascimento il Picatrix fu tenuto in gran considerazione grazie al clima di maggior tolleranza che circondò gli Umanisti, protetti da nuovi Signori della Guerra che, per difendere il loro prestigio personale, erano divenuti capaci di manipolare lo strapotere degli Ecclesiastici, imparentandosi con essi. Sotto questo “capriccioso” protettorato, avido di nuove conoscenze tecniche e filosofiche, le opere sapienziali degli antichi cominciarono a tornare in Europa in formato originale, direttamente dall’Oriente. L’evento più importante fu la divulgazione di opere inedite di Platone, dei Neoplatonici e di molti altri, nonché una serie di testi passati sotto il nome di Corpus Hermeticum, tutti tradotti da Marsilio Ficino, su mandato del Granduca di Toscana. In questo clima culturale il Picatrix, accanto ai Versi Aurei e agli Oracoli Caldaici, trovò la sua perfetta collocazione forse più in senso intellettuale che pratico. Le ingenue teorie magico-scientifiche del libro si rivelarono ai dotti Umanisti come un ulteriore conferma della necessità di una riconciliazione tra il pensiero religioso dominante e il pensiero filosofico protoscientifico pagano. A quel tempo gli eruditi credevano ancora di potersi far ascoltare dalla Chiesa di Roma coniugando la Fede con elementi di Filosofia antica, ritagliando per se stessi il ruolo dello Studioso che poteva essere contemporaneamente Mago Rinascimentale, Filosofo Ermetico, Alchimista e volendo anche Sacerdote (Marsilio Ficino era un prete e Giordano Bruno era un frate domenicano). L’Umanista e l’Autore del Picatrix credevano entrambi, in completa buona fede e con animo pio e religioso, che fosse assolutamente necessario operare nel Mondo, non solo affidandosi alla divina provvidenza, ma anche collaborando volontariamente con Dio alla “gestione” della sua Grande Opera. Idea questa, completamente estranea alla concezione Cristiana del Clero che fondava “metà” del suo Credo sul Creazionismo Biblico del Vecchio Testamento: un libro sapienziale appartenente a una popolazione monoteista, con proprie tradizioni culturali assolutamente diverse da quelle politeiste greco-romane sulle quali il Cristianesimo era stato “innestato”, (rispetto ai primi secoli), a forza. Come vedremo nel saggio, il Picatrix, al contrario, sosteneva che «Il magonon è mai un ciarlatano, un imbonitore, un falsificatore; egli è chiamato alla conoscenza e affianca la natura aiutandola a svelarsi». Egli è un Teurgo, che non si sostituisce a Dio, perché non crea niente dal nulla, ma possiede l’arte di trasformare e manipolare, quindi: « […] egli non opera miracoli ma legge le profonde forze del creato, facendosi intermediario fra cielo e terra, sacerdote  estremo della natura e della gloria di Dio. » . Mago è colui « […] il cui potere e facoltà proviene dalla conoscenza profonda della natura e del tutto, della physis, dal conoscere quali sono le connessioni che legano le idee al mondo. Statue e  talismani sono immagini intermediarie tra i due mondi e il mago, sulla base della conoscenza della natura, diviene capace di leggere gli influssi e modificarne le tendenze, se nefaste, in energie positive. » Il Picatrix quindi, come spiega il Professor Taioli sembra « […]  voler  cogliere la negromanzia nelle sue forme di scienza positiva capace di migliorare il mondo. » Si tratta, in sostanza, più che di criticare o esaltare il Picatrix per le sue ingenue teorie, di studiarlo su più livelli, per cogliere in esso le tracce dell’origine del conflitto tra la libertà di ricercare le leggi nascoste della natura e l’accettazione passiva dei Dogmi della Fede, tra l’estremismo religioso e la Scienza del progresso. Tale antitesi, non fu  estranea neanche al mondo antico se si pensa che che già nel III sec. a.C. Aristarco da Samo postulò l’eliocentrismo, che fu prontamente rifiutato da Tolomeo. Ciò nonostante la ricerca della conoscenza (Gnosis), non si fermò e tra alterne vicende il punto di non ritorno fu raggiunto nell’800, con le prime vere e inconfutabili scoperte scientifiche. Da allora la Religione ha perso sempre più spazio e credibilità in questo terreno di discordia, ma forse prima o poi il confronto troverà la sua conciliazione sincretistica con il succedersi di nuove Epoche più lungimiranti.

3) La cosmogonia del Picatrix. La teoria del cielo
Incontreremo in questo paragrafo uno dei nodi concettuali del Picatrix, vale a dire la possibilità e la costituzione di una cosmogonia, e di come questa sia al suo interno armonizzata e orchestrata, per quali finalità e come agisca nei confronti degli uomini che ne fanno parte. Non secondariamente il problema riguarderà anche la formulazione – nel trattato – di una teoria del cielo, essendo quest’ultimo non il cosmo ma parte di esso.
Per cosmogonia nel Picatrix intendiamo l’organizzazione complessa delle stratificazioni dell’essere in una simbiosi nella quale, pur rimanendo se stesso, ogni elemento, legandosi agli altri, forma un insieme che chiamiamo intero e che è un cosmos, cioè un ordine.
Nel cap. sesto del Libro primo l’autore affronta la questione: in che misura ciascuno sia nel mondo e come si pervenga alla conclusione che l’uomo è un microcosmo ed è assimilato al microcosmo, secondo una linea di pensiero che risalirà fino alla visione umanistica e rinascimentale.  Ma qui ora ci interessa sviscerare la fitta riflessione dell’autore sul tema  e come egli tratteggi il profilo dell’uomo.
Ancora e sempre rivolgendosi all’anonimo interlocutore, l’autore scrive:

«Sappi che la conoscenza è qualcosa di molto nobile e alto e che colui che la studia e opera per suo mezzo ne acquisisce nobiltà e altezza. La conoscenza è come una scala, per cui una volta avuta padronanza di un gradino, subito ne appare un altro. E’ perfetto colui che raggiunge l’ultimo gradino della conoscenza e ama e ha cura dei suoi gradini: coloro che perseguono questo fine sono detti filosofi in greco e “amanti della conoscenza” in latino. Chi invece non si affatica nelle scienze è manchevole e di poca autorità e perciò non deve essere detto “uomo” se non per modo di dire, perché ha forma e aspetto di uomo, in quanto [colui che è veramente uomo] si preoccupa di indagare le scienze con le quali si apprende l’uomo in sé e come sia il microcosmo simile al macrocosmo e il corpo si completi con lo spirito razionale e diventi un essere animato e razionale e sia perciò separato, con questi tre spiriti, da tutte le cose del mondo in quanto razionale».(23)

Nel sottolineare la persistente filosoficità del tessuto argomentativo del Picatrix, va subito evidenziata la presenza della dignità dell’uomo, consistente nel suo ascendere alla conoscenza come chiamato ad essere uomo nel microcosmo per similitudine e somiglianza del macrocosmo; non si tratta del rispecchiamento meccanico dell’uno nell’altro ma del più complesso partecipare dell’uomo razionale alla perfezione del cosmo. Tale dignità viene bene espressa nella figura di colui che sale di gradino in gradino, anelando sempre a quello successivo, e dell’uomo che non cessa di voler apprendere e indagare le scienze che lo sorreggono nell’ascesi.
Chi non si affatica nelle scienze, depurandosi di quanto non è necessario, è manchevole, cioè rinuncia alla propria umanità e quindi alla partecipazione all’ordine universale. Solo chi anela a quest’ordine ed a farvi parte è veramente uomo.
Emerge quindi una modalità che potremmo chiamare la consapevolezza, ma questa è parola estranea sia alla lingua sia alla sensibilità di allora. Nel linguaggio del Picatrix si parla invece di spirito razionale come luogo in cui si completa il corpo o –  per dirla in forma migliore – si integra in una armonia. L’unione del corpo allo spirito razionale fa sì che l’uomo diventi un essere animato e razionale, separandosi e distinguendosi da tutte le altre cose del mondo che non lo sono.
Il profondo umanesimo filosofico che percorre l’intero trattato tesse dell’uomo un vero e proprio elogio, celebrando mediante l’uomo stesso e le sue qualità, la grandezza e sapienza di Dio:

«La razionalità ha lo  stesso valore di una garanzia con la quale si possono capire i fatti contingenti, determinare ciò che non è vero, capire le cose del mondo e in qualsivoglia posto del mondo apprendere per mezzo del proprio sapere e del proprio intendimento, memorizzare come per forza e capacità proprie ciò che si sente dire e, in base a questo, vale a dire con l’uso dell’intendimento, sapere cosa può accadere negli eventi esterni o nell’uomo, cioè nel microcosmo, che è  simile al macrocosmo cui si assimila per forma e per le cose che in esso vivono. L’uomo è simile agli animali in tutte le  cose naturali, ma da essi è separato per i suoi precetti e le sue conoscenze. Egli ha sei movimenti, le ossa dure, tutto ciò che si muove dalla parte della larghezza naturalmente allineato e rettamente ordinato. Ha dita e palmi, composti in linea retta, e una testa rotonda, capacità critica di apprendere le scienze e la scrittura, di scoprire precetti e di respingere tutti gli animali, mentre egli non può essere vinto da nessuno. Ride, piange, singhiozza».(24)

L’umanità dell’uomo non è vista in contrapposizione a quella animale, ma solo come appartenente a una qualità diversa nella scala di gradazioni dell’essere. Capace di logos, egli rifrange con le vie dell’intendimento il logos di Dio, l’amore universale che tiene insieme macrocosmo e microcosmo. Non imita Dio, ma partecipa come simulacro  nelle forme imperfette a lui concesse di anelare a Dio:

«C’è in lui il potere di Dio e la conoscenza della giustizia per governare le città. Egli è un simulacro che ha dentro di sé una luce ed è potente nello spirito e uniforme nella sua raffigurazione. Sa ciò che giova e ciò che nuoce, si applica  e si ingegna e ugualmente con applicazione e ingegno si ritrae dagli altri. Egli ha scoperto sottili precetti e le sottigliezze di questi, opera miracoli e meravigliose rappresentazioni ed è in grado di capire l’astrattezza delle scienze. Separato da tutti gli animali dotati di sensi, Dio lo fece tale da scoprire e formulare le sue scienze, spiegare le sue qualità e quelle di tutte le cose del mondo, in gradi di recepire lo spirito profetico, i tesori della sua sapienza, di conoscere tutto ciò che esiste al mondo e in che rapporto sta una cosa con l’altra. Cosicché l’uomo comprende tutte le intelligenze e i rapporti tra le cose di questo mondo con l’intelletto, mentre queste  non lo comprendono».(25)

L’uomo è un illuminato di una luce di cui è scia e rifrangenza, e che lo orienta nel suo cammino. Dio ha voluto per lui una forma di separatezza  rispetto agli animali dotati di sensi relegati nella mera animalità, dotandolo (come un dono) del privilegio del conoscere e spiegare, scoprire ed esprimere in un senso profetico, cogliendo i legami tra le cose, la scienza delle connessioni e delle relazioni, la syllàpsis di cui scrive anche Eraclito. Egli esplora il mondo oscuro delle relazioni,  ove le cose giacciono mute e isolate nella loro meccanicità, senza poter comprendere l’affinità che le congiunge. Il Picatrix rimarca continuamente l’esistenza di questo legame ma anche ne sottolinea la natura arcana e non evidente, l’ignoranza che ne hanno gli altri non-uomini e le cose. La sympatheia è sempre operante, ma nascosto è il suo funzionamento per quanti non abbiano avuto in attribuzione l’intendimento.
L’uomo può quindi aspirare alla conoscenza delle relazioni, ma non subito, improvvisamente, senza una iniziazione.
Dotato di intendimento, egli tuttavia non è signore delle cose ma solo un po’ più avanti nei gradini della conoscenza:

«Tutto è al suo servizio, mentre egli non è al servizio di nessuno. Con la voce imita qualsiasi animale quando gli fa piacere e forma figure che gli assomigliano. Conta con le mani e con la voce, racconta e spiega la natura e il comportamento degli altri esseri viventi. Non c’è animale che abbia le capacità intellettive proprie dell’uomo, o che possa mutare la propria voce, mentre l’uomo è in grado di produrre, con la sua voce naturale, i suoni di tutti gli animali e di cambiarne l’aspetto e la somiglianza come più gli fa piacere. Egli è maestro di se stesso nel darsi delle buone regole e agli altri animali queste insegna e ve li guida».(26)

Ancora la celebrazione dell’uomo sembra non trovare limiti se non in Dio, nel senso che la intera gerarchia creaturale gli è sottomessa ed egli può, unico tra tutti, raccontare  e fare la storia degli altri, ai quali non è dato farla né dirla. Ciò si vede peraltro nella sua capacità di imitazione  della voce animale, di simularne l’aspetto e le forme, di mutare e trasformare. Possiede  cioè in dono l’arte del mago, che è arte  trasformativa e che nessun’altro detiene.
Sulla natura dell’uomo, sulla sua  conformazione e sulle forze che lo costituiscono, il Picatrix interviene con precisione a coglierne le sfumature, indicando in esso il risiedere di due parti che, pur congiunte, si differenziano e che sono coessenziali  e consustanziali:

«L’uomo ha un corpo compatto e uno spirito sottile, cosicché ha una parte sottile e una grossolana; quella sottile appartiene alla vita, l’altra alla morte. Infatti la sostanza dell’una è sfuggente, dell’altra stabile, una è dotata di forma e l’altra no. Una sostanza è la notte e l’altra è il giorno, una è la luce e l’altra le tenebre, una è evidente e l’altra nascosta, una percepisce e l’altra capisce, una scende dall’alto e l’altra sta in basso. Egli si vergogna delle azioni meschine e, facendo ciò che vuole per scelta, si pente di ciò che ha fatto. L’uomo è dunque composto di materia spessa e  sottile: porta in sé la grossolanità della terra e la finitezza dell’aria, il calore del fuoco e il freddo dell’acqua; perciò è ugualmente disposto alle tendenze delle forze vitali. Sicchè conosce il calore del fuoco dal calore che è in lui, il freddo dell’acqua da quello che in lui e similmente conosce in se stesso [le proprietà] degli altri elementi. Inoltre, in  questa composizione, la testa rappresenta, per forma, aspetto e sfericità, il cielo e, in generale, alla figura umana si associa tutto ciò che  è sottile. Nel suo complesso la figura umana è l’arca dello spirito universale, lo spirito universale è l’arca dell’intelletto universale e l’intelletto universale è l’arca della luce, da cui procede l’intendimento: perciò la luce è la materia dell’intendimento generale, che è superiore a tutto ciò che è inferiore. La materia è sempre inferiore e semplice nei suoi confronti. L’uomo è pertanto completo rispetto alla composizione della propria figura, poiché ad essa prendono parte tutti gli altri corpi ed egli stesso è congiunto con l’altra sostanza».(26)

Qui emerge, nel pieno di un trattato dedicato alla magia, una cornice antropologica dell’uomo, entità dalla natura complessa, stratificata, duplice, a più fogli, dotata di esterno e interno, di una parte sottile e una grossolana, di una sostanza di vita e di una di morte.
La vita dello spirito è sottile, la morte, radicata nella corporeità, pesante. Una scende dall’alto, mentre l’altra è radicata nel basso. Entrambe le facce sono essenziali, connesse, intercomunicanti, necessarie, quindi non contrapposte e, nel loro essere l’una in alto e l’altra in basso, alludono al vagabondare dell’uomo, all’ascendere e degradarsi, in un  andirivieni ciclico.
Egli partecipa di entrambe le nature, che lo spingono e lo scuotono, senza tuttavia mai determinarlo univocamente in una direzione o nell’altra.

«Chi desidera apprendere ciò nella sua interezza deve essere semplice, incline alla bontà, limpido e libero da tutte le impurità corporali e da tutti i […] pensieri, giacchè l’uomo così predisposto può comprendere e vedere con il proprio intelletto e accertarsi di questo fatto. Avendo così a lungo parlato di queste cose, s’è deviato dallo scopo del libro e questo perché quanto abbiamo detto – e in particolare circa l’intelletto – sono i fondamenti del nostro discorso, che tratta della scienza magica, giacchè se ti impegnerai costantemente nelle scienze e nella comprensione e intelligenza delle cose, nessuna esclusa, potrai comprendere e conoscere cosa siano magia e negromanzia. Proprio a questo  scopo Platone, nel libro che lui stesso diffuse s che si intitola Timeo, parla a lungo per spiegarci con parole e proporzioni le forme, cosa che fece molto bene, sebbene parlasse occultamente, secondo la consuetudine dei sapienti di coprire e nascondere le proprie conoscenze, affinché il profano non possa capire. La stessa cosa fece il saggio detto Zadelau, nel libro in cui parlò occultamente e profondamente».(27)

Lo stesso autore fa esplicitamente sapere che tutto il discorso sull’uomo e sull’anima che stiamo incontrando in queste pagine rappresenta una divagazione, seppur importantissima, rispetto alla centralità della trattazione che riguarda – come sappiamo – la scienza magica. Non una parentesi, tuttavia, ma una necessaria introduzione alla stessa. Il nesso tra magia, negromanzia e scienza dell’anima è evidente, giacché  solo il saggio, che ha assimilato la dottrina e la custodisce in sé, potrà accedere ai segreti della magia che non gli risulterà estranea.
Ancora qui riaffiora la filosoficità del trattato, il suo platonismo, di cui si è già parlato, anche perché l’autore fa un espresso richiamo al Timeo(28) platonico (che quindi conosceva),  il dialogo ove Platone ha tracciato una cosmologia che ha per lungo tempo influenzato la cultura antica e medievale. In questo dialogo Platone vuole dimostrare che la stessa realtà fisica, corporea, è ordine  e misura, e che il carattere intelligibile della realtà si traduce nel mondo fisico in termini geometrici e matematici.
L’intelligibile, come unità e molteplicità a un tempo, è incorporeo; la realtà, invece, quando appare alla sensibilità, si manifesta molteplice, disarticolata, divisibile e perciò incorporea, indefinita, informe. Per superare questo contrasto Platone prospetta il passaggio dall’intelligibile al sensibile come di un transito che, non essendo né puramente intelligibile né puramente sensibile, implica l’intervento del mito. Compare così nelle pagine platoniche il mito del Demiurgo e l’universo viene descritto come un grande organismo plasmato dall’artefice divino. Il Demiurgo ha dato ordine e misura a ciò che era informe e confuso:

«Perciò, mentre l’ordine e la legge cui obbedisce la realtà, sono incorporei, è invece visibile e corporeo quello che scaturisce dall’ordinamento della quantità indeterminata e illimitata. E corporei sono i quattro elementi fondamentali (aria, acqua, terra, fuoco) che il Demiurgo ordinerà secondo una proporzione geometrica, formando così i solidi».

La realtà, dunque, risulta essere un tutto vivente e animato, e il suo divenire e il suo movimento si ritmano secondo un ordine e una durata misurabile che è il tempo come immagine mobile dell’eternità.
In questo quadro, Platone cercherà anche  di dare una spiegazione della formazione degli dèi, delle anime, dei corpi umani e della stessa collocazione delle diverse parti dell’anima (quella irascibile, nel petto;  quella concupiscibile, nel fegato; e così via).
Le pagine del Timeo platonico hanno quindi un singolare interesse, in quanto servono a farci conoscere e comprendere aspetti della storia della matematica, dell’astronomia e della fisiologia, della anatomia e della medicina del tempo. La sua larga influenza nella cultura mediterranea non è quindi estranea al Picatrix, che mutua dal modello platonico l’idea della cosmologia.
Nelle pagine del Picatrix, l’ordine del mondo non si svela in forma evidente e lineare, non si dà per tutti e non è disponibile ad una conoscenza superficiale. Esso si dà invece attraverso una cifra esoterica:

«L’oscurità e la profondità delle parole costituiscono l’astuzia dei saggi nei loro ragionamenti, in modo che non possano essere intesi se non con grande studio e meditazione, al fine di trarre da essi l’intendimento segreto che viene così spogliato dagli altri intendimenti, colti in prima lettura e comprensione. Questa scienza si divide in due parti, delle quali una è palese e l’altra nascosta: quella nascosta è profonda  e dotata di significati profondi, che non possono essere intesi prima di aver studiato con applicazione quelli palesi, finchè non ne diventi evidente e scoperta la ragione. Ma se qualcuno l’approfondirà adeguatamente, come abbiamo detto, troverà ciò che desidera

La scienza misterica è per antonomasia esoterica e occulta, ma ha al suo interno, sedimentata e metabolizzata, la sua parte palese, i cui contenuti stanno in superficie e oltre i quali occorre andare. La scienza profonda non prescinde da questi ma li nasconde, li mimetizza come inessenziali, ininfluenti alla conoscenza del tutto, perché essi sono parte di  totalità entro la quale scompaiono.
Chi si mette in questa dispositio (il saggio, il mago, il negromante) potrà risalire dalla conoscenza imperfetta e superficiale a quella completa e ciò che è  occulto gli diverrà palese, nel senso che avrà guadagnato un livello di coscienza e di penetrazione del mistero.
Quali sono allora le strade da percorrere per raggiungere il sacro scopo?

«Molti sono i sentieri e le strade che conducono a questo: alcuni consistono nel rovesciamento della prova da palese a occulta, cioè nel mettere insieme i rami alle radici affinché assieme si congiungano, oppure nel mettere insieme il loro intendimento con pensieri e detti credibili di uomini venerabili o dell’uomo santo: in questo modo otterrai ciò che ti manca e la perfezione e attingerai a ciò che vorrai. Ti verrà così rivelato l’intendimento segreto e nascosto di quelle parole. Prendi pure la strada che preferisci delle suddette per essere in grado di cogliere la conoscenza e giungere a scoprire anche la via segreta tra quelle sopra ricordate, giacchè con questa conoscenza potrai ottenere ciò che vorrai e capire tutto e di tutte le ragioni».(30)

Il saggio diventa destinatario di una rivelazione; egli non sceglie ma è scelto, raccoglie e custodisce in sé la chiamata che gli viene rivolta e la asseconda lungo i sentieri che conducono alla verità. Di per sé questa via è una via mistica, elitaria, sacrale, cosicché chi la intraprende diventa come la fiaccola vivente, la luce di una sovrarealtà e di una dismisura.
Il Picatrix contiene pagine esemplari per complessità e profondità ove la teoria cosmogonica viene declinata e l’ordine gerarchico scandito more geometrico, così come fece Platone nel già menzionato Timeo.  Vedremo quindi che l’intero impasto del cosmo, dai cieli alla terra, passa attraverso una narrazione quasi epica, un racconto della origine e della formazione dell’ordine dal caos, in un movimento discendente, per gradazioni:

«Tutte le cose di questo mondo sono ordinate secondo le loro regole, in modo che possiamo aggiungere: la prima di tutte le cose di questo mondo, la più nobile, alta e più completa delle cose che troviamo nel mondo è Dio stesso, che è il facitore e il creatore di tutto. Dopo viene l’intendimento ovvero l’intelletto, dopo l’intendimento, lo spirito, poi la materia: questi due sono immobili, inalterabili e immutabili da luogo a luogo. Dopo viene il cielo naturale, che viene detto primo mobile in movimento, ed à il principio primo di generazione e corruzione di tutto ciò che accade nel mondo. Segue poi il cielo delle stelle fisse con tutti gli altri cieli nel loro rispettivo ordine, fino al cielo della Luna».(31)

La scala discendente presenta alcune interessanti posizioni; dopo Dio, il facitore e creatore (il più nobile tra gli enti), e le altre forme superiori, sono i cieli (anch’essi tra di loro gerarchizzati) a costituire il principio attivo di generazione e corruzione che si riverbera nel  mondo.  
Soffermiamoci dunque un attimo  per conoscere più da vicino la  teoria del cielo del Picatrix e le forme con le quali essa si presenta.
La forma del cielo è sferica, rotonda e uniforme nella superficie, e le cose partecipano di questa sua natura. Il cielo è l’archetipo, il modello della perfezione, e si ispira allo spirito che è anch’esso completo, compiuto, plasmato. Per questo, il cielo è incorruttibile, le cose partecipano in lui ma non il cielo nelle cose, giacché esse sono sottoposte al ciclo del  deteriorarsi, corrompersi, perire. Le cose sono legate al cielo ma paradossalmente il cielo è slegato dalle cose, non patendone in alcun modo la precarietà:

«… la forma e la figura perfetta è il cerchio che, contenendo una sola linea, è la prima di tutte le figure. E nessuna corruzione o generazione di corpi terrestri può avvenire in cielo, e, viceversa, nessuna parte del cielo può essere in qualsivoglia modo coinvolta come essenza nelle corruzioni e generazioni mondane; e questo nemmeno  con la forza e la trascendenza. Infatti il cielo, come si è detto, è una sfera perfetta e assolutamente uniforme in tutte le sue parti ed è contenuto in una circonferenza dotata di un punto medio che gode di tale proprietà: che tutte le linee condotte da esso alla circonferenza sono di lunghezza uguale. Questo punto è detto Centro. Dicono che queste linee siano i raggi  che le stelle proiettano verso il centro del mondo: questo è l’operato e il potere dei talismani e questo è il modo in cui agiscono».(32)

Non solo il cielo è radicalmente estraneo alla natura mondana, volubile e deperibile, ma esso, assorbendo in sé la figura perfetta del cerchio, contiene la forma della perfezione che non può essere contaminata dall’imperfezione del mondo terrestre. Esso si manifesta alla terra attraverso i suoi raggi stellari, su cui operano i talismani per intercettarne gli influssi. Attraverso di questi – come vedremo – il cielo agisce sugli uomini, per derivazione:

«Questa sfera [scil: del cielo]  non ha  né irregolarità né luoghi privilegiati ed è una figura immutevole in se stessa. Da esso ascendono tutte le potenze degli spiriti e il cielo delle stelle fisse sta al suo interno con il centro separato da quello, essendo coincidente con il centro terrestre. La sostanza del cielo è unica sostanza sostanza, e tutti i moti, sia dei corpi che delle sostanze, seguono il moto del cielo. Ogni calore emana da esso;  e per questo possiamo comprendere come tutto ciò che accade nel mondo accada per mezzo suo».(33)

Il cielo non è un elemento qualsivoglia dell’universo ma il vero catalizzatore delle energie e delle forze vitali che attraverso di questo passano, vengono filtrate, organizzate e indirizzate. Non c’è evento che accada che non abbia avuto nel cielo la sua causa efficiente:

«I gradi della prima partizione del cielo sono 360 e altrettante le raffigurazioni. Da questa suddivisione discendono tutti i criteri astrologici, giacchè questi corrispondono a immagini celesti e, inversamente, il cielo è la causa di tute le operazioni[negromantiche] inferiori. Infatti, allo stesso modo agiscono le operazioni [negromantiche] e le costellazioni (quando i pianeti sono in esse), gli aspetti e le congiunzioni (che si influenzano reciprocamente secondo lo schema delle  congiunzioni) e le influenze dei pianeti sulle cose del mondo terrestre; perciò se si tratta di Saturno,  saranno  influenzate le cose fredde, se si tratta di Giove, quelle umide e calde; se si tratta di Marte, quelle calde e secche; se invece è venere, saranno influenzate le cose tiepide e molto umide; se è Mercurio, quelle di debole calore e molto secche; se si tratta della Luna, allora saranno influenzate le cose fredde e umide, mentre le stelle fisse vengono influenzate dalle loro costellazioni, così come se fossero sotto l’influsso della Luna».(34)

Le innumerevoli forme di influenza del cielo sono all’origine delle operazioni negromantiche che cercano di intercettarne gli influssi. E’ opportuno notare come all’autore del Picatrix non interessi la conoscenza della teoria del cielo in sé, ma ai fini di operazioni negromantiche che per mezzo del cielo diventano possibili.
Così cominciamo ad arguire che il trattato, nella sua stratificazione profonda, non si occupa solo di astrologia e di filosofia, ma il suo baricentro culturale verte sempre di più sul rapporto cielo/magia come luogo non di erudita conoscenza, bensì di operatività. Dal cielo e per il cielo si possono infatti trasformare le cose del mondo. Il  cielo già opera attraverso le sue influenze cui si uniscono e collegano quelle del mago che interpella il cielo con i suoi strumenti e le sue  pratiche.(35)
La dottrina delle influenze è quindi sia astrologica sia negromantica, fisica e sacrale:

«Allorché un pianeta sarà in un certo grado del cielo in cui possa arrivare e questo pianeta sia manifestamente caldo e scarso di umidità e siccità mentre il Sole avvicina i suoi poteri a quella posizione astrale, dobbiamo congetturare che aumenterà la sua influenza e sarà rafforzato. Allo stesso modo, se vedremo che il pianeta influenza qualcosa aumentandola in sostanza o in principio attivo, questa cosa sarà più forte e potente nella sua efficacia; e se, invece, il pianeta avrà un’influenza contraria, ne diminuirà l’ efficacia in proporzione alla propria forza in quel periodo. E’ in questo modo che devi interpretare le influenze dei pianeti e non sbaglierai. Tutto ciò  devi impararlo sui libri di astronomia».

Non sarà questa la direzione principale del Picatrix, e all’autore non basterà la visione astronomica e astrologica del mondo, se non affiancandola a quella negromantica:

«Ma ritorniamo  ancora alla struttura gerarchica del mondo cui si è già fatto cenno parlando del cielo. L’orizzonte del mondo si popola di una moltitudine sterminata di elementi, è popolata da multiformi presenze. Come  dicevamo, tutto ha un ordine, una necessità, una ratio, un logos.  A partire dalla materia, per amplificazioni successive e allargamenti di visuale, tutto viene compreso, circoscritto, registrato».

Lo spettacolo della creazione, cui assistiamo leggendo il libro di Genesi dell’Antico Testamento, viene rinnovellato ai nostro occhi non senza stupore. Non si tratta – nel Picatrix, il cui autore conosceva certamente le Scritture – di una assimilazione al testo biblico notissimo, ma  di una nuova scrittura dell’ordine del mondo:

«Dopo di che troviamo la materia comune, cosiddetta “prima”, nella quale è contenuto l’ordine di tutte le cose del mondo che sono in questa materia [plasmate], ma non appaiono. Dopo  vengono gli elementi che operano in questa materia comune, giacchè gli elementi non sono operazioni , né opere della materia. Seguono, nell’ordine, i  minerali, le piante, gli animali e, da ultimo, l’animale razionale. Questo ordinamento di gradi è diverso dagli  altri,  giacchè gli altri gradi si degradano a partire dall’intelletto, che è la cosa più nobile e alta di tutte le cose, e così discendono fino agli elementi più vili, per raggiungere il cielo della Luna».(36)

La materia è ciò che contiene, che preforma il tutto, come un agente a priori, dopo di che gli elementi si strutturano e si dispongono, plasmati dalla materia stessa, individuati nella materia, con maggiore o minore intensità, per gradi di consistenza e di “nobiltà”, fino all’animale razionale e via via degradando agli ordini inferiori:

«Dopo di che, procedendo dalle cose più vili fino alla più nobile, arrivano all’uomo, che è la più nobile di tute le cose che esistono sotto il cielo della Luna: in lui, infatti, si riuniscono conoscenza, sapienza e superiorità manifeste. Perciò devi sapere che chi intende dedicarsi alle scienze deve praticare le strade  che ti ho detto e colui che vi si dedicherà avrà una sorte migliore e sfuggirà alla seguente critica del saggio: “Non c’è niente di peggio per gli uomini dell’apparire scienziati e sofisti senza avere conoscenza, giacché non essi per questa via  raggiungono la sapienza, ma coloro che vi si dedicano con costanza: infatti chi è privo della vera sapienza non si può dire uomo se non per equivoco”(37).

Uomo per equivoco è chi resta nella conoscenza banale del mondo, prigioniero del senso comune, non  sentendosi partecipe in comunione della scala gerarchica che ad un tempo lo differenzia e lo lega agli altri esseri. L’impegno nella scienza (da non intendersi in questa sede come mera scienza della natura) sta anche nel riconoscere questa complessità, nel saper guardare oltre il proprio genere:

«Sappi anche che nel mondo si possono reperire altri ordini e altre suddivisioni, dei quali intendo qui parlare per stimolare l’intelletto, affinché si addestri ancor più nelle scienze e perché tu possa rivolgere la tua attenzione ad essi e comprenda i segreti dei saggi. La gerarchia di queste cose è la seguente: in primo luogo c’è il principio, poi la materia alta, poi l’elemento, quindi la materia, poi la forma, quindi la sostanza, poi il corpo, poi l’accrescimento, poi l’animale, quindi l’uomo, poi il maschio, poi i singoli individui umani con il loro nome. Ma il principio primo è più universale della  materia alta, che viene detta materia superiore e accidente, e la materia non viene detta se non come materia riguardo alla corporeità».(38)

L’invito alla scienza si esplica nell’elencazione dei gradini della gerarchia. Va sottolineata ancora, in questa sede, la postulazione del principio primo che “è  più universale della materia alta”, detta materia superiore o accidente, rispetto alla materia confinante  alla corporeità.
La materia universale preformatrice è più universale degli elementi  in cui si estrinseca “perché non è congiunta” ma, appunto, distinta, mentre gli elementi sono congiunti. Tuttavia, l’elemento è più universale delle altre materie, perché esso è un corpo semplice prima di ricevere la forma:

«quando riceve la forma diventa materia e forma ( ecco un esempio: il bronzo, che è la materia del bacile, e il legno, che è materia in forma di panca). Quando poi ricevono movimento e scopo, questa è una qualità mista e, quando questo  succede, abbiamo così la sostanza. Quando le sostanze si congiungono e contemporaneamente prendono colore, accrescimento o diminuzione, abbiamo il corpo. Il corpo si suddivide in accrescimento e diminuzione; l’accrescimento, a sua volta, in animale e non animale. E l’animale in uomo e non uomo, l’uomo in maschio o femmina, e il maschio in questo o quell’uomo singolarmente conosciuto».(39)

Si procede quindi di distinzione in distinzione, di separazione in separazione, mediante un movimento di individuazione e singolarizzazione. Le espansioni iniziali si restringono in raggruppamenti individuati. La materia è un contenitore della forma:

«La materia è un raggruppamento ordinato di elementi atto a ricevere la forma. Essa si divide in due parti, delle quali una è la materia semplice, che non prende  se non la forma composita dell’elemento, come la terra, l’aria, l’acqua, il fuoco e si trasforma da uno stato all’altro.  L’altra è la materia in generale disposta a prendere tutte le forme composte da qualità semplici, così come il calore, il freddo, la siccità e l’umidità e non si trasforma da uno stato all’altro. I saggi l’hanno chiamata così perché è disposta a prendere tutte le diverse forme, anche se viene con altro nome definita come parte della sostanza, cioè il “corpo” che viene guidato e riempito da tutte queste [qualità]».(40)

La materia non può non ricevere la forma, ma anch’essa si particolarizza in semplice, composita nell’elemento aggregante, e generale, come potenzialità atta ad assumere tutte  le forme e qualità.
Il negromante non può non conoscere queste suddivisioni e la sua funzione si integra nel disegno di perfezione dell’universo. Egli, in un certo senso, porta a compimento ed a svelamento potenzialità non espresse e che abbisognano di  un intervento per giungere a manifestazione. Egli infatti si muove nell’occulto e si disinteressa del già manifestato, cerca l’inesprimibile e non dell’esprimibile.
In una pagina fondamentale del Picatrix si scrive sulla negromanzia, riconducendola ad una funzione positiva e attribuendole dignità di scienza:

«Sappi che l’arte della negromanzia si acquisisce da una parte con la pratica e le opere, dall’altra con i corpi sottili. Quella che si acquisisce con la pratica e le opere, proviene dall’insegnamento con il quale operò il saggio che conosceva il mondo della sfera lunare e quello che parla nel libro Dell’Agricoltura così come egli stesso dice al  passo che comincia “Prendi quattro uccelli…” La parte che si acquisisce con i  corpi sottili, invece, deriva dalle opere che compì quel saggio che operò con il movimento della sfera di Saturno e anche quello che conosceva il moto della sfera di Venere. Anche questi due si espressero nel succitato libro.
Gli antichi saggi Greci operavano con i corpi sottili per modificare l’aspetto e per far  sembrare ciò che non è. Chiamavano questo ‘scienza dei talismani’, cioè yetelegehuz, che si può rendere  con “ attrazione degli spiriti celesti”. E danno questo nome a tutte le parti della negromanzia. Essi ritennero che non si potesse giungere a questa  scienza se non per mezzo dell’astrologia, né da questa poterono mai svincolarsi, sicché era almeno indispensabile conoscere le raffigurazioni che si trovano nell’ottava sfera e il loro moto e anche quello delle altre sfere, nonché la divisione nei dodici  segni [dello Zodiaco] con i loro gradi, la loro natura e le loro qualità, e di ciascuno di essi il significato nelle cose terrene e il ruolo di  tutti i pianeti nella casa di ciascun segno, oltre al moto dello Zodiaco  e agli altri fatti connessi a questi argomenti. Inoltre bisognava conoscere la natura dei sete pianeti, della Testa e della Coda del Drago, la  loro posizione nel cielo e tutti i significati per le cose terrene, gli ascendenti e le radici dei significati, che sono le radici dell’astronomia, il suo ordine in quel settore e saper estrapolare il ruolo dei pianeti dello Zodiaco. Queste sono cose senza le quali nessuno può  riuscire nella pratica della scienza negromantica; e si trovano tutte nei libri di astronomia. Ecco cosa dice il primo dei sapienti che parla nel  suddetto libro dell’Agricoltura: “ Mi innalzarono sopra i sette cieli”. Ciò vuol dire che conobbe tutti i loro moti e qualità con la forza della conoscenza e dell’intendimento. La stessa cosa dice Dio quando afferma: “Lodiamolo nell’alto [dei cieli]”. Anche qui il significato è che Dio diede all’uomo intendimento e intelletto affinchè potesse giungere alle alte conoscenze».(41)

La scienza negromantica non era estranea agli antichi greci e neppure la scienza dei talismani. Inoltre l’autore fa notare come  il negromante non possa prescindere dall’astrologia e quindi il saggio debba conoscere la teoria del cielo. Senza queste conoscenze non è possibile praticare la scienza negromantica perché il negromante smuove energie e forze che sono già in essere nel  creato.
Egli opera non dal nulla ma in ascolto e connessione con l’universo, come per riprenderne l’eco e riesprimerla in nuove forme.
Il trattato contiene così le linee di una filosofia  naturale che assimila la stessa magia negromantica in una visione simpatetica che risalirà fino al Rinascimento. Il mago è colui il cui potere e facoltà proviene dalla conoscenza profonda della natura e del tutto, della physis, dal conoscere quali sono le connessioni che legano le idee al mondo.
Statue e  talismani sono immagini intermediarie tra i due mondi e il mago, sulla base della conoscenza della natura, diviene capace di leggere gli influssi e modificarne le tendenze, se nefaste, in energie positive. Il Picatrix sembra così voler  cogliere la negromanzia nelle sue forme di scienza positiva capace di migliorare il mondo.
Fra le due sfere esiste una fitta rete di connessioni e interconnessioni di cui il mago deve saper tracciare la mappa  e svelarne  l’intelaiatura  Questa non appare mai evidente ma va cercata ed esplorata con lo spirito  magico che non s’accontenta della conoscenza naturale.
La realtà naturale entro la quale opera il mago è come data, acquisita, ma egli deve essere capace, risalendo per ordine inverso il processo, di attirare le virtù del mondo e raccoglierne il succo. Manipolando le realtà inferiori egli chiama all’appello quelle superiori.
Sotto e sopra si  intersecano e si interconnettono come due mondi non più  divisi ma che partecipano l’uno dell’altro.
La mescolanza è un principio di filosofia esoterica ancor prima che un’operazione manuale, perchè bisogna pensarla prima di attuarla. Così non è possibile l’alchimia senza aver prima interiorizzato l’ipotesi della miscela, del combinarsi e di aggregarsi.
Il mago-sapiente  opera come sospinto da un intenso amore per la natura che sogna e vede come un mondo-in-relazione, tenuto insieme da forze sottili e arcane, che a pochi si manifestano  In questo suo ideale d’amore, già nel Picatrix, il magonon è  mai un ciarlatano, un imbonitore, un falsificatore; egli è chiamato alla conoscenza e affianca la natura aiutandola a svelarsi.
In questa sua funzione quasi maieutica, egli non opera miracoli ma legge le profonde forze del creato, facendosi intermediario fra cielo e terra, sacerdote  estremo della natura e della gloria di Dio.
Tutto il Picatrix non andrà discostandosi da questa configurazione, facendosi leggere alla luce di questo ideale benefico e di servizio all’umanità.  Immaginiamo allora la figura di un uomo che si pone in posizione orante davanti al cielo e alle stelle, trafitto dallo stupore. Questa è la posizione che sta alla base dell’opera.

 

 

Il trattato sul Picatrix e i suoi rapporti con la magiaultima modifica: 2009-07-19T09:43:52+00:00da giovannisantoro
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