GIOSUE’ CARDUCCI E LA MASSONERIA di Ilaria Sacchetti

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Nonostante le numerose ribellioni, la presenza in Italia della Massoneria a metà dell’Ottocento era confinata all’attività di poche logge e mal tollerata dai vari governi presenti sul territorio. Le officine italiane dipendevano da Grandi Orienti stranieri ed i rapporti tra loro erano quasi nulli.

A partire dal 1815, con l’avvento della Santa Alleanza, si era aperta un’era di reazione e persecuzione in cui gli uomini fedeli ai precedenti governi, specialmente quelli che avevano rivestito ruoli di comando, erano sospettati di appartenere alla massoneria. Il Papato, grazie al Comando austriaco, dispose arresti di carbonari e di massoni che, portati davanti al tribunale, risposero del reato di alto tradimento e furono condannati.

Fino alla Seconda Guerra d’Indipendenza molti massoni italiani, costretti alla clandestinità, espressero individualmente la loro carica ideale cooperando al cosiddetto “Risorgimento”.

Nel 1859 si poteva prevedere che, insorti i Ducati e le Legazioni pontificie, la massoneria avrebbe condotto una ben definita azione. Tale situazione preoccupava i moderati ed il Governo Piemontese che, consci dell’importanza dell’elemento rivoluzionario, comprendevano il peso politico che avrebbe avuto.

Onde por fine a questa situazione, i capi della Società Nazionale, seguendo un accorto consiglio dello stesso Cavour, pensarono di anticipare l’operato del Partito d’Azione e di dare vita ad un Oriente Massonico in Italia: di fatto, si mirava ad attenuare la corrente mazziniana e repubblicana esistente in seno alla disunita massoneria clandestina. Così, l’8 ottobre del 1859, a Torino, venne fondata la Loggia “Ausonia”, completamente indipendente dai Grandi Orienti stranieri.

Nel nascente stato unitario italiano, era evidente l’enorme divario tra la ristretta cerchia di cittadini abbienti abilitati all’esercizio del voto ed i milioni di contadini poveri, analfabeti e privi di rappresentanza politica. Il potere statale era quindi interamente gestito da aristocratici e dall’alta borghesia agraria e finanziaria che procedeva verso la modernizzazione.

Con la Seconda Guerra d’Indipendenza e la presa di Roma, può dirsi conclusa l’opera della Destra storica, cui fece seguito quell’evoluzione politica che avrebbe portato al governo la Sinistra storica, costituita da un variegato gruppo che raccoglieva varie correnti dell’opposizione democratica – di origine risorgimentale – alla politica del precedente governo.

Dalla seconda metà dell’Ottocento in avanti, diversi protagonisti della politica nazionale erano anche ai vertici delle massonerie italiane, unificatesi nel 1887 grazie alla mediazione delle gran maestranze di Mazzoni, Petroni e Lemmi.

In generale, negli anni dell’assestamento dello Stato unitario, la massoneria diede un forte contributo alla creazione della classe dirigente, corrispondente a quella borghesia che si sentiva in qualche modo erede dei valori espressi dalle lotte risorgimentali.

Il conflitto con il mondo cattolico e le profonde differenze nell’assetto economico e sociale delle varie regioni d’Italia non contribuivano certo a creare un fronte unito per la realizzazione di principi quali il progresso, la tolleranza, la fratellanza e la solidarietà, alte e nobili parole d’ordine dei massoni italiani. Con l’avvento della Sinistra al potere assistiamo, inoltre, all’inasprimento dei rapporti tra i progressisti, i laici, gli anticlericali, i massoni e la Chiesa cattolica, che intendeva mantenere il controllo sulla società italiana, in particolare grazie al monopolio sulla formazione culturale dei giovani.

Nella seconda metà dell’Ottocento, l’anticlericalismo fu un potente elemento coesivo delle forze democratiche italiane aperte alle nuove ideologie. Il movimento anticlericale risultò un’aggregazione di svariate forze che operarono allo scopo di separare la società civile, base di uno stato laico, da quella religiosa. È per tale battaglia che molti si affiliarono alla massoneria che, onde perseguire la libertà e la piena dignità della persona, si occupava trasversalmente sia di politica che di religione.

Per accelerare il processo di laicizzazione della società italiana, lo Stato avrebbe dovuto rappresentare tali istanze e contribuire alla diffusione delle moderne idee di libertà, scienza e progresso, incurante del mancato appoggio della Chiesa. In realtà, le alternative proposte da Depretis si affievolirono a causa dei compromessi raggiunti con i moderati proprio con lo scopo di allargare la maggioranza parlamentare: gli ideali risorgimentali stavano venendo meno ed all’iniziativa della Chiesa venivano concessi ancora ampi margini.

Mentre lo sviluppo industriale estendeva la base del proletariato, motivando l’entrata sulla scena politica di nuove forze sociali, i cattolici, organizzatori di strutture solidaristiche e mutualistiche tra i lavoratori rurali del settentrione, si occupavano con crescente interesse di politica locale: così, coloro che gestivano il potere, a difesa di ogni “intrusione”, indirizzarono le loro azioni verso forme di autoritarismo.

Espressione di tale inclinazione fu l’attività di governo di Francesco Crispi, che guidò quasi ininterrottamente il governo italiano dal 1887 al 1896. Aveva condiviso un passato garibaldino con Adriano Lemmi, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia tra il 1885 ed il 1895, col quale era in stretti rapporti di amicizia. Di fatto, la massoneria italiana di fine Ottocento godette di notevole prestigio presso i vertici dello Stato come interlocutrice sui grandi temi politico-economici dell’epoca.

Il tentativo dello statista siciliano di fare dell’Italia una grande potenza anche coloniale, causò l’ulteriore inasprimento dei rapporti con la Francia, ostacolo all’espansione nel Mediterraneo e sostenitrice della restaurazione del potere temporale. Mentre Lemmi si adoperava per rafforzare l’Ordine massonico tramite un evidente processo di centralizzazione che suscitava ostilità in molti fratelli, Crispi, fervido ammiratore della Germania bismarkiana, rafforzava l’alleanza con l’impero austriaco.

Nel paese si moltiplicavano le voci riguardanti la probabile guerra tra Francia ed Italia e, di conseguenza, le manifestazioni di protesta ed a favore della pace. Lemmi chiese alle logge di non farsi promotrici di tali iniziative ed ai fratelli di parteciparvi solo a titolo personale. Mentre la posizione del Gran Maestro si rafforzava in nome della lotta contro il Papa, un gruppo di affiliati palermitani si rivolse al Grande Oriente di Francia per chiederne il riconoscimento.

La celebrazione del 1889, centenario della Rivoluzione francese, risultò evento interno al paese transalpino a cui Lemmi contrappose il Risorgimento, riuscendo a focalizzare l’attenzione su avvenimenti italiani. Simbolo della rivendicazione e dell’esaltazione dell’identità nazionale, oltre che della Roma laica di contro a quella papale, fu l’inaugurazione del monumento a Giordano Bruno in Campo de’ Fiori. In quell’occasione, che probabilmente vanificò i tentativi di conciliazione di Crispi tra la Chiesa cattolica e il Quirinale, oltre tremila massoni parteciparono alla cerimonia inneggiando a quel “martire del libero pensiero”.

Evidente era, inoltre, la contrapposizione dei massoni Lemmi e Crispi alle logge milanesi, schierate su posizioni democratiche vicine alla Francia e contrarie ad ogni velleità colonialistica. La massoneria lombarda era ostile alla politica accentratrice e di conciliazione con il mondo cattolico del Presidente del Consiglio. Il socialismo si stava allora affacciando sulla scena politica del paese ed i massoni milanesi, residenti nel più importante centro operaio della regione italiana maggiormente industrializzata, dovevano affrontare il problema del proletariato, del collocamento degli operai e del mutuo soccorso. I fratelli della Lombardia auspicavano la diffusione della massoneria tra le classi dei lavoratori; alle logge “operaie e campagnole” potevano essere affiliati anche gli analfabeti che, senza pagare alcuna tassa, potevano essere sottratti all’influenza clericale.

Adriano Lemmi, aspramente contestato per l’appoggio concesso alla politica crispina, rassegnò le dimissioni nel 1895. Di rilievo, nella multiforme attività da lui proposta, fu l’impulso impresso alla loggia “Propaganda Massonica”. In questa Loggia, la cui fondazione risale al 1876, venivano raggruppati i fratelli più noti del mondo politico, letterario, economico, artistico ed il Maestro Venerabile coincideva con il Gran Maestro.

A Lemmi succedette Ernesto Nathan, alla guida dell’ordine dal 1896 al 1904. Questi abbandonò ogni politica di potere per prestare una rinnovata attenzione a taluni dei più nobili principi risorgimentali: “il colore politico [della Massoneria] è il bianco, la sintesi di tutti gli altri colori ad eccezione del nero, negazione della luce”. Pur essendo anticlericale, nutriva grande rispetto per i valori etico-religiosi e, per questo, insistette ripetutamente sulla netta distinzione esistente tra il significato del termine cattolico e quello del termine clericale. Secondo Nathan, “la Massoneria s’ingerisce solo quella parte di politica che involge in sé la questione nazionale, e che soprattutto si risolve nell’educazione del bambino d’ogni età, fanciullo o adulto, che assurge alla vita del pensiero, alla rudimentale intelligenza della grande legge morale”, ed ha il compito di contribuire a “temprare le coscienze, col sentimento del dovere civile, dell’amore fraterno, alla fraterna difesa contro l’ingiustizia; piantare profonde le radici della idealità, che, fondendo la fede colla coscienza, sollevi in alto l’essere” e di “risvegliare nelle anime assopite” il desiderio di riscatto morale, svolgendo un’importante funzione educativa.

Convinto della necessità di far conoscere l’istituzione a chi non ne faceva parte, Nathan aprì le porte di palazzo Giustiniani, nuova sede del Grande Oriente d’Italia dal 1901, e attraverso pubblicazioni e conferenze tentò di divulgarne i princìpi.

Le sue posizioni contrastavano però con quelle di molte logge del settentrione, che avevano dato vita al Grande Oriente di Milano. La nuova obbedienza, cui aderirono officine toscane, siciliane, liguri e campane, venne riconosciuta nel 1898 dal Grande Oriente di Francia. In queste logge prese forma l’opposizione antigovernativa di fine secolo, in particolare quella di estrema sinistra, per la difesa delle libertà statutarie e della democrazia. Infatti, durante il biennio reazionario di fine Ottocento, vennero chiuse le sezioni dei partiti e soppressa la stampa d’opposizione, e molti democratici militanti trovarono rifugio proprio nelle logge. Per questo e per i continui contrasti con la Chiesa, i nazionalisti conservatori ed i liberali ritenevano le officine ambiti d’aggregazione radical-socialista.

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Personaggio nazionale di straordinario carisma, che ascese ai massimi gradi dell’Ordine nel periodo della fortuna politica di Francesco Crispi, fu Giosue Carducci.

Libertà, uguaglianza, fratellanza, indipendenza, progresso, anticlericalismo, princìpi e temi guida, come si sa, del pensiero e dell’azione massonici – sono presenti in diverse opere carducciane, anche se le idee libertarie e repubblicane, la fiducia nella ragione e nel progresso derivata dal positivismo, vengono via via offuscate dal faticoso cammino dello stato unitario, sostenuto dai compromessi con la Prussia, l’Austria e con la Francia protettrice del potere temporale dei Papi. Gli ideali laici e progressisti del Carducci finirono per coesistere con l’accettazione dello Stato monarchico costituzionale e la speranza in un progresso moderato ed ordinato.

Juvenilia, raccolta delle opere giovanili di Carducci, che contiene componimenti del decennio 1850-1860, ben testimonia il tirocinio artistico del poeta e documenta una produzione in diretto rapporto con l’esperienza storica.

Il Carducci apprezzava le prime forme del romanticismo, ma non ne accettava le degenerazioni etiche, artistiche, politiche e, per qualche tempo, ebbe la tendenza ad identificarlo con la Restaurazione antinapoleonica ed anticlassicista. L’insoddisfazione per la poesia contemporanea lo portò ad imitare autori latini ed italiani, tra cui Dante, Leopardi, Goldoni, considerati educatori del popolo e maestri di una moralità superiore. Gli antichi, e in particolare i romani, costituivano un esempio di fierezza e di quello spirito democratico che poteva stimolare negl’italiani l’aspirazione all’indipendenza, alla libertà, alla giustizia.

Nel terzo libro, che include ventuno sonetti ispirati da momenti d’inquietudine, dall’amore per l’Italia e dal culto per i grandi italiani, i freddi componimenti dedicati a Parini, Metastasio, Goldoni, Alfieri, Monti si rivelano occasioni per incitare il popolo del “secoletto vil, che cristianeggia” e recuperare la magnanima dignità degli antichi.

Le ventuno poesie del sesto libro sono poi tutte di argomento patriottico. Trattano avvenimenti contemporanei, vittorie belliche e problemi politici, ma si risolvono sovente in celebrazioni ove la retorica lascia poco spazio alla poesia. In particolare, la canzone A Vittorio Emanuele, diffusa dai patrioti a propaganda dell’unità italiana, è considerata manifestazione eloquente della scelta monarchica del Carducci. L’autore, insoddisfatto per la politica rinunciataria svolta dai vari governi, esorta il re ad aiutare il popolo in difficoltà e ad accelerare il cammino verso l’unità. Tra le rime politiche rientrano anche i sonetti celebrativi delle vittorie nella Seconda Guerra d’Indipendenza. In Voce di Dio, è Dio stesso a ricordare al popolo italiano “Vostra è la patria che il Signore vi dona”, ove riaffiora la polemica antipapale per l’irrisolta questione romana.

A partire dal 1860, le vicende biografiche del Carducci coincisero singolarmente con gli avvenimenti politici italiani. Estraneo agli eventi risorgimentali, aderì negli anni ’59-’60 alla formula “Italia e Vittorio Emanuele”. Al poeta non sfuggì però la reale condizione del presente. La partecipazione straniera all’impresa risorgimentale, l’incompleta unificazione ed i suoi mediocri benefici, determinarono in lui un sentimento di frustrazione che sfociò nel rifiuto della linea politica moderata e nel ritorno al “mito” della rivincita della grandezza italiana.

La cattedra di letteratura italiana all’Università di Bologna fu un’occasione per aprirsi a nuove idee. La definizione di nuovi indirizzi politici venne influenzata da contatti con taluni mazziniani romagnoli, che ospitavano anche seguaci della massoneria e desideravano toto pectore la prosecuzione del Risorgimento fino alle annessioni di Venezia e Roma.

È il momento poetico composito e vivace di Levia gravia – 29 poesie pubblicate per la prima volta nel 1868 con lo pseudonimo di Entorio Romano, allusivo ad un atteggiamento italicamente incontaminato –, un titolo che ben indicava la “leggerezza pesante” propria dei tempi. Si è resa necessaria una nuova coscienza, in grado di adeguarsi alle esigenze emerse a seguito della problematica unificazione italiana.

Dedicata ad un tema sociale, la differenza tra ricchi e poveri, è invece l’ode Per raccolta in morte di bella e ricca Signora, in cui la “plebe” è descritta misera, umiliata e vittima di vergognose ingiustizie.

Con Dopo Aspromonte, assistiamo al suo ritorno ad un pieno impegno civile. Come noto, i volontari garibaldini alla conquista di Roma, vennero fermati dai soldati regi sull’Aspromonte. Si temeva che l’impresa contro lo Stato della Chiesa avrebbe creato la rottura delle relazioni con la Francia. Garibaldi, ferito, fu trasferito prigioniero presso La Spezia. Carducci, che per più ragioni voleva Roma capitale, espresse in quell’ode tutto il suo sdegno e la sua delusione. È un canto d’odio che, dopo avere esaltato Garibaldi, si scaglia contro Napoleone III, negatore dei diritti dei popoli, sostenitore del potere temporale dei papi, causa prima di Aspromonte. A seguito di questo episodio, egli negò il suo appoggio alla monarchia, traditrice della causa romana, per riabbracciare la fede repubblicana. Il Carducci guardava comunque all’avvenire, auspicando giustizia e libertà.

Nella successiva canzone, Carnevale, si atteggiò poi a populista. Il gioco del raffronto tra due condizioni di vita radicalmente antitetiche si risolve in un veemente monito rivolto ai gruppi di potere.

Dopo i Levia Gravia, nell’Edizione Nazionale delle Opere carducciane troviamo il famoso e famigerato, Inno a Satana. Le prime quarantaquattro quartine furono scritte nel 1863, mentre le ultime sei vennero aggiunte nel 1865. E’ uno stizzoso atto d’irriverenza verso una corrente dell’opinione pubblica italiana, motivato dalla totale insoddisfazione della generazione risorgimentale, a cui fanno da corollario l’anticlericalismo ed il democraticismo dell’epoca. L’Inno, celebrazione dei grandi eretici del passato, suscitò, per l’audacia del pensiero, consensi e dissensi ugualmente netti. Satana divenne un simbolo per chi intendeva atteggiarsi ad anticonformista ma, col passare degli anni, il poeta stesso dichiarò di non gradire affatto quella fama “satanica”, e respinse certe interpretazioni estremistiche dell’opera.

Nel testo, comunque, il poeta toscano brinda a Satana, “principio dell’essere”, emblema della salute, della forza e di quella liberà osteggiata da tutte le forme di dispotismo politico e religioso. Satana, più che mai vitale, rappresenta la liberazione del pensiero umano attraverso la scienza e il progresso, ed è simboleggiato da una locomotiva in corsa. L’autore vi allude implicitamente alla marcia ascendente ed inarrestabile della borghesia, in linea peraltro con le idee positiviste, che celebravano il trionfo delle innovazioni da sempre osteggiate da certo cristianesimo. Ancora, il componimento si configura come una struttura formale elaborata, ricca di allusioni erudite: se dunque il linguaggio è brillante e le espressioni incalzanti, l’Inno a Satana, come afferma il mazziniano Filopanti, è tuttavia “antidemocratico nella forma”.

Giambi ed epodi (nell’edizione definitiva del 1882) è una raccolta di trenta componimenti poetici stesi col proposito di riprendere l’intonazione dell’antica poesia satirica greca di Archiloco e di quella latina di Orazio. Con il termine epodo si alludeva al ritmo ed al metro degli antichi, o più semplicemente alla trattazione di una materia fortemente polemica in toni non privi di aggressività.

Il Carducci era cresciuto in un periodo di grande fervore repubblicano, ma assistendo alle vicende postunitarie cominciava a temere che tanto eroismo fosse stato vano. Pur nel dichiarato proposito di fare poesia civile, percepiva l’impossibilità di intervenire direttamente nella storia, anelando, quindi, ad un’arte più consolatoria e rasserenante. L’autore di questi componimenti aveva ancora fiducia nel valore sociale della poesia, e si serviva dell’invettiva per condannare l’ignobile bassezza dei costumi dominanti. L’intenzione di sferzare il malcostume presente portava l’autore a concentrarsi su problemi di natura squisitamente sociale, e diverse poesie portano di fatto i segni di un generico populismo. Il popolo carducciano è considerato quasi esclusivamente nella componente etnica, ha virtù innate, doti e istinti incontaminati già emersi nelle grandi giornate del Risorgimento, è artefice della storia in senso mazziniano e capace di combattere in nome della giustizia, rivendicando la patria ed il pane con la stessa determinazione. Ma le masse risultano essere energia a disposizione degli auspicati programmi nazionalistici e la momentanea immedesimazione nella condizione popolare appare soprattutto un pretesto per accusare la classe dominante e richiamarla alle sue responsabilità storiche. Il valore dei Giambi ed epodi sta soprattutto nella consapevolezza che un’epoca, ritenuta eccezionale, è finita e che, per costruire un’altra visione della realtà, è necessario fare i conti col nuovo mondo.

Il tono aggressivo si attenua dopo lo stabilizzarsi ed il normalizzarsi della situazione politica nazionale: quella vocazione poetica, oscillante tra la recriminazione e l’invettiva, era conseguenza dello sviluppo della Questione romana; l’annessione di Roma e le riforme attuate dalla Sinistra sembravano ragioni sufficienti per mostrarsi disponibile alle suggestioni di una Musa più serena: “[…] voglio tornare all’arte pura, che di per se stessa è più morale d’ogni altra”.

In realtà, svariate istanze impedivano al Carducci di proseguire sulla strada del dissenso. L’illusione che l’Unità raggiunta avesse concluso un processo storico lo induceva a considerare con diffidenza i nuovi fermenti, motivo di insicurezza per la borghesia che non aveva ancora verificato l’efficacia degli strumenti del suo dominio. Il poeta si rendeva lentamente conto della pericolosità delle nuove forze sociali italiane: così, non gli rimaneva che farsi scudo di valori romantico-borghesi quali patria, dignità nazionale, ovvero una visione mitizzata della storia nazionale, il tutto con la malcelata complicità di uno stile solenne e pomposo.

In conseguenza della trasformazione del suo atteggiamento sociale, cominciò ad attuarsi anche il progressivo spostamento dal repubblicanesimo verso forme di personale omaggio agli esponenti della dinastia regnante e, più tardi, di devoto lealismo monarchico. Questi umori politici, naturalmente, si coagularono pure a livello letterario.

Anche le circostanze contingenti contribuirono a rendere più agevole l’adescamento del poeta da parte della borghesia, ed una più ampia circolazione delle idee, resa possibile dall’unificazione del regno e dall’espansione dell’attività editoriale, gli avrebbe conferito il prestigioso compito di riempire il vuoto creatosi nelle nostra letteratura dopo la crisi del Romanticismo.

Sostenuto solo da spirito polemico è l’epodo Meminisse horret. Il titolo, derivato da un’espressione virgiliana, vuole esprimere il dolore provato alla notizia della sconfitta garibaldina a Mentana. Il poeta fa intervenire i grandi del passato, adattandone ironicamente la personalità alla corrotta società italiana del tempo.

Avanti! Avanti! è l’epodo della “ripresa”. Comprende numerosi dei motivi tipici della poesia carducciana: la condanna di una poesia “infrollita”, l’engagement politico, il rimpianto per un passato sovente idealizzato e una convinta, persuasiva speranza nell’avvenire.

In Versaglia il poeta insorge rievocando l’assolutismo che il Re Sole esercitava nella Reggia di Versailles. Crollato il Secondo Impero sotto i colpi delle armi prussiane, entrati gli Italiani a Roma, finita la Comune di Parigi e nata la Terza Repubblica francese, nel 1871, i repubblicani francesi ed i patrioti italiani paventavano il ristabilimento della monarchia borbonica e del potere temporale. Versaglia è il secondo dei carmi giambici “francesi”, lo precede il LXXVIII anniversario della proclamazione della repubblica francese, composto nell’autunno 1870 per celebrare la Prima Repubblica e per condannare la reazione termidoriana; lo segue La sacra di Enrico Quinto, scritto quando sembrava imminente in Francia la restaurazione della monarchia che, in realtà, mai si realizzò.

Altro tono ha invece Il canto dell’amore ove, quasi profeticamente, Carducci individua un inevitabile procedere da sensi opposti verso la stessa direzione della borghesia laica risorgimentale e della Chiesa romana: “Aprite il Vaticano. Io piglio a braccio/ quel di sé antico prigionier./ Vieni: a la libertà brindisi io faccio”.

Fra le ultime liriche dei Giambi ed epodi, troviamo il sonetto Giuseppe Mazzini. Scritto l’11 febbraio 1872, poco prima della morte dell’Apostolo, rappresenta in atteggiamento statuario la figura esemplare di Giuseppe Mazzini, l’ultimo dei grandi italiani antichi ed il primo dei moderni.

Le Rime nuove (1861-1887) sono organizzate secondo un disegno più formale che non contenutistico, prescindendo da ogni criterio di sistemazione cronologica.

Esiliato ormai l’impegno politico in una zona del passato coincidente con la vigorosa giovinezza, al poeta appariva sempre meno realizzabile nel presente il suo sogno di sanità morale, di virtù in senso romano. La stanchezza ed il dissolvimento degli ideali scindevano lo spirito dell’artista, che sentiva estinte la ragioni della sua lotta e del suo compito sociale, anche se tentava al tempo stesso di reagire, facendo riaffluire nel suo canto l’antica bellezza, in virtù di una nuova idealizzazione del mondo classico.

In un’Italia in cui il processo di trasformazione politica provocava sgomento ed il fenomeno dell’industrializzazione non mancava di turbare la vita, imponendo fra l’altro ritmi di gran lunga più accelerati, il Carducci regrediva nella visione di una fanciullezza agreste e bucolica, disegnandola quale momento di purezza e di salute spirituali, mai dissociate da un’autentica integrità di costumi.

Gli avvenimenti politici italiani, il mutare delle alleanze, l’erodersi degli ideali lo avevano allontanato dalle correnti più progressiste, ma non gli avevano neppure consentito un allineamento su altri orientamenti. Alla ricerca di una soluzione netta ed appagante, egli riversò allora nel mito del mondo comunale del Medioevo il suo bisogno di precise coordinate di giudizio.

Evidentissime testimonianze della nostalgia per l’antica civiltà italiana sono Faida di Comune, Sui campi di Marengo e Comune Rustico, ove assistiamo ad una celebrazione dell’età comunale ed all’affermazione del suo ideale di romanità. Il Medioevo carducciano è “rivincita dell’Italia romana, riscatto nazionale delle genti latine”, “libertà e romanità è ciò che informa il Medio Evo nostro: il resto è servitù ed oppressione”.

Nei dodici sonetti di Ça ira, il poeta ripropone la sua visione politica attraverso la celebrazione di un evento, la Rivoluzione francese, considerato il più epico della storia moderna. Il titolo, tratto dal ritornello di una canzone giacobina, esprime un concetto augurale di progresso politico e sociale. I sonetti suscitarono ammirazione e discussioni, dato che qualche lettore li aveva interpretati come una riaffermazione di fede repubblicana. Con spirito altrettanto polemico scriveva la prosa Ça ira in difesa dei sonetti: voleva attenuare la preoccupazione politica dei suoi critici, affermando che il suo programma politico non implicava violente rivoluzioni, ma una graduale ascesa delle classi meno abbienti. Nel saggio contestava altresì il “vezzo, non saprei se teorico, di volere abbassare e impicciolire la Rivoluzione francese”, e affermava: “guai per noi, se non avesse trionfato”.

Nelle Rime trova pure ospitalità il progressismo tenace e borghese, peraltro diluito in una generica rivendicazione di libertà di pensiero, e sempre più chiuso ad ogni istanza di rinnovamento sociale. Anche per l’assiduità con uomini di governo come Cairoli e Crispi e per la familiarità con la Regina Margherita, sembrava ormai realizzata una sua vera e propria saldatura ideologica con le opinioni della borghesia dominante. La rivoluzione appariva ora al Carducci solo come momento di manifestazione dell’eroica insofferenza popolare contro le sopraffazioni clericali e la dominazione straniera.

La composizione delle Odi barbare (1877-1889) procedeva parallelamente a quella delle Rime nuove, e non deve perciò sorprendere la coincidenza degli atteggiamenti umani e delle istanze culturali. Le Odi, organizzate separando tendenzialmente quelle di contenuto civile da quelle personali, appaiono toccate dalla grandiosità della potenza romana. Il Carducci era incoraggiato dalla predicazione mazziniana ed anche dalle nuove circostanze storiche ed ideologiche, che rivendicavano fervidamente la funzione di Roma come guida laica di tutti gli spiriti oppressi dalle superstizioni. Rinunciando così alle accese polemiche letterarie e politiche, si ispirava prevalentemente a temi e motivi legati alla nostalgia del passato, all’amore ed alla morte.

Un orgoglioso senso della romanità sostiene tutto l’inno Nell’autunnale della fondazione di Roma. La città ha compiuto un’opera civilizzatrice e redentrice in favore di tutto il mondo, e specialmente del popolo italiano che, a sua volta, un giorno sarà destinato dalla giustizia a celebrare il suo trionfo “su l’età nera, su l’età barbara…”.

Nella celebre ode Alle fonti del Clitumno, i rudi contadini simboleggiano con le loro usanze una continuità ideale con l’antico mondo, sempre considerato sano e vigoroso. La ricostruzione di una civiltà rusticana e paesana viene riprodotta in polemica contrapposizione con l’immagine del “galileo di rosse chiome” che “il Campidoglio ascese” per turbare la serenità del mondo. Improvvisamente, però, il Carducci cambia argomento e tono, iniziando una polemica anticlericale ed irreligiosa almeno quanto quella dell’Inno a Satana. Riprendendo un motivo positivista di fine Ottocento, rimprovera al Cristianesimo di aver sostituito al fervore di vita e di forza proprio dell’epoca romana l’esaltazione della rinuncia e dell’ascesi.

Negli anni in cui in Europa si leggeva il famigerato Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane, il laicismo del Carducci si vestiva altresì di certa intolleranza ideologica: “Ci mancava anche questo, che a noi, greco-latini, nobile razza ariana, dovesse essere una religione semitica, a noi figli del sole, adoratori del sole e del cielo”. Così l’anticlericalismo carducciano diventava, inevitabilmente, sostegno e strumento del nascente nazionalismo.

L’ultima raccolta poetica, Rime e ritmi (1887-1898, ma pubblicata nel 1899), non rivela un orientamento di gusto ben definito, ma riprende in qualche modo tutte le precedenti.

Questa fase terminale della sua produzione, nonostante la stanchezza dell’ispirazione causata sia da un mancato rinnovamento tematico sia dalla fatica di restare all’altezza della collaudata fama, è la più rispondente alla sua Weltanschauung, poiché maturata a seguito della soddisfazione per la raggiunta unità nazionale e della “rassegnazione” verso l’istituto monarchico. La nuova realtà politica dovrebbe corrispondere ad un ritorno allo spirito delle lotte eroiche per l’indipendenza, e riaprire in tal maniera un nuovo ciclo glorioso. Il Carducci esprimeva siffatta illusione di grandezza nell’ammirazione per Crispi, il “gran vecchio patriota”, dal momento che i disegni del politico siciliano gli apparivano un tentativo di realizzare gl’ideali da tempo vagheggiati.

Nell’età del grande imperialismo e delle avventure coloniali, pur non sottoscrivendo il programma offensivo dei più accesi nazionalisti, il poeta auspicava una politica risoluta, tutt’altro che imbelle, e biasimava di conseguenza ogni sorta di pacifismo; l’aspirazione alla pace gli sembrava oramai “un’acconcia favola”, ed individuava con certezza gli avversari nei socialisti. Più che da un sentimento antidemocratico e socialmente conservatore, la sua ostilità verso la Sinistra rivoluzionaria nasceva dalla diffidenza per i programmi degli internazionalisti, che si opponevano ad una politica estera fondata sulla forza ed il prestigio. Il populismo carducciano, raffreddatosi e trasformatosi via via in una generica rivendicazione di giustizia per la “plebe” votata all’ignoranza ed all’emigrazione, in effetti ricalcava ancora il mito romantico del popolo che accorre al richiamo della patria. Ma la visione politica del Carducci era anche un esempio lampante della vocazione autoritaria delle nuove classi dirigenti e una testimonianza eloquente del loro sostanziale immobilismo.

La prima delle odi celebrative di Rime e ritmi è Piemonte, a cui fan seguito Bicocca di San Giacomo, La guerra, Cadore, Alla città di Ferrara, tutte composte prima di Adua ed agitate dalla smania di proclamare il primato dell’Italia. Si propongono d’interpretare in chiave positiva le aspirazioni e gl’ideali dell’intera storia italiana, caratterizzata da episodi gloriosi e da eroi nobili e popolani. I socialisti appaiono i soli ad opporsi a tale generoso disegno, dato che la loro “lotta di classe” altro non gli sembra che una sorta di guerra civile.

Ne La chiesa di Polenta, il Carducci, animato da un inedito misticismo, celebra la storia d’Italia nella sua totalità, parabola in cui anche la Chiesa, in qualità di tradizionale componente politica, ha svolto una sua funzione positiva. È probabile che egli ormai intendesse appoggiare quanti desideravano una conciliazione con la Chiesa a sostegno dell’istituzione monarchica.

La celebre composizione Il Parlamento venne scritta nel 1876, e fu messa dall’autore in appendice a Rime e ritmi, l’ultima sua raccolta poetica. Costituisce la prima parte del poemetto La canzone di Legnano, progettato in tre parti e mai concluso. L’autore dichiarò di averlo composto “per amore del verso storico e della epopea medievale […] come protesta contro certe teoriche, le quali in nome della verità e della libertà vorrebbero condannare la poesia ai lavori forzati della descrizione a vita del reale odierno e chiuderle i terrori della storia, della leggenda, del mito”. Lo stile viene misurato in funzione del crescendo finale, che culmina nel grido corale del popolo desideroso di libertà.

Evidentemente il Carducci, non più mosso da certi concetti e sentimenti del Risorgimento, per ovvie ragioni di convenienza e prestigio si trovava quasi obbligato a ripeterli: era, in effetti, il “vate” d’Italia pubblicamente riconosciuto ed onorato!

Non si conosce la data precisa dell’iniziazione di Giosue Carducci alla massoneria, e a tale proposito, sono state formulate svariate ipotesi che è possibile esporre in ordine cronologico.

Dopo la morte del poeta, è stato scritto e pubblicato che l’iniziazione del Carducci risaliva all’anno 1862, nella loggia “Galvani” di Bologna. Così sostengono, inter alios, la “Rivista Massonica” del 15 febbraio 1907, il Fratello Grande Oratore G. Albano, autore della commemorazione fatta dal Grande Oriente e dalle logge di Roma il 10 marzo dello stesso anno, l’Albo Carducciano, compilato da Fumagalli e da Salveraglio, nonché la rivista massonica “Acacia”.

Romeo Monari, nel suo Ricordando Giosue Carducci, osserva che il poeta afferma di essere stato “fuori da ogni associazione segreta o no” sino al 1860, e crede di vedere implicitamente ammessa in questa affermazione la sua appartenenza a tali associazioni non molto dopo il 1860. Ritiene pertanto che, per i riferimenti di respiro massonico, l’ode Dopo Aspromonte, composta nel 1862, sia stata letta nell’agape rituale susseguente alla sua iniziazione. L’iniziazione, quindi, secondo il Monari, sarebbe avvenuta a Bologna in una delle due logge petroniane di quel periodo, la “Concordia Umanitaria” e la “Severa”. Criticando la precedente tesi, ricorda che la loggia “Galvani” era sorta nel 1864 dalla fusione di queste due e che, nell’accurato elenco dei suoi iscritti, non figurava il nome di Carducci. La tesi del Monari venne poi ripresa dalla Rivista del Supremo Consiglio dei 33, “Lux”, n. 2, 1925, ed è condivisa anche da Alessandro Luzio, nel suo La Massoneria e il Risorgimento italiano.

Nella rivista “Lux” (il n. 5 del medesimo anno), si legge invece che un vecchio massone bolognese, Salomone Sanguinetti, dopo aver narrato i particolari della fondazione di una loggia in Bologna nel 1860, dichiarava di ricordare che egli stesso “non prima del 1862”, ricoprendo la carica di cerimoniere nella loggia “Galvani”, aveva introdotto il Carducci per l’iniziazione nel Tempio dell’officina. Questa testimonianza confermerebbe la prima teoria esposta, incorrendo nelle critiche del Monari.

Un’altra tesi è sostenuta nell’Edizione Nazionale delle Opere del Carducci (1940). Questa si basa sul ritrovamento in una piccola agenda, conservata a Casa Carducci, delle seguenti note autografe del poeta: “Mi feci associare ai F. e fui fatto M. e segretario provvisorio” (22 febbraio 1866), “Andai alla loggia Felsinea. Pagai d’entrata, come Maestro lire 30, e 5 in acconto” (1 marzo 1866). Commentando tali annotazioni, i curatori dell’Edizione Nazionale affermano: “L’iscrizione del Carducci alla Massoneria, e precisamente alla Loggia Felsinea di Bologna, avvenne dunque solo nel 22 febbraio del 1866, e non già 1862 o 1863, come mostrò di credere Romeo Monari…”.

Nella rivista massonica “Acacia” n. 6, 1948, Ugo Lenzi critica le tesi già esposte e ne avanza una nuova. Per quanto riguarda la prima e la seconda, sottolinea il fatto che negli elenchi e nei verbali della “Concordia Umanitaria”, della “Severa” e della “Galvani”, il nome del poeta non risulta, e che la “Severa” e la “Galvani” erano logge di rito simbolico mentre il Carducci professava il rito scozzese e raggiunse il grado di Rosa Croce. Per di più, poiché il Carducci fu uno dei sette fondatori della loggia “Felsinea” nel 1886, data in cui la “Galvani” non aveva ancora cessato di funzionare, male si spiegherebbe la circostanza che egli, membro effettivo di una loggia, si adoperasse per la fondazione di un’altra. Per quanto riguarda la versione di Salomone Sanguinetti, Ugo Lenzi ritiene che i ricordi dell’anziano massone fossero annebbiati e confusi, come dimostrerebbe tra l’altro il fatto che, nella stessa lettera, descrive la nascita della “Severa” dicendo che si tratta della “Galvani”. A questo punto avanza una nuova versione, e cioè che “il Carducci abbia ricevuta la Luce in una Loggia della Toscana (forse in una Loggia irregolare di Pisa, Livorno o Firenze) e sia venuto a Bologna già iniziato. In tal caso appare perfettamente probabile e verosimile che Egli abbia visitato la “Galvani” quando questa ebbe il noto periodo di splendore, e che il ricordo del Sanguinetti si riferisca appunto all’averlo, come cerimoniere, introdotto nel Tempio quale visitatore, ma non quale membro effettivo della loggia”. Riferendosi alle annotazioni dell’agenda del Carducci del 1866, il Lenzi continua: “Mi sembra che da queste note appaia sempre più verosimile che, iniziato altrove Egli sia rimasto apprendista e compagno per qualche anno e che la ripresa della sua attività massonica, che divenne poi intensa, dati dal 1866 quando venne associato e fatto Maestro alla Loggia ‘Felsinea’”.

Anche Romeo Monari aveva scritto che qualche vecchio massone gli aveva riferito di aver sentito dire che Carducci ebbe dapprima contatti con logge toscane, pistoiesi o fiorentine irregolari, cioè non dipendenti dal Grande Oriente di Torino, e che effettivamente l’ode Dopo Aspromonte era stata composta in poche ore a Firenze, ma non li aveva d’altra parte ritenuti motivi sufficienti per sostenere l’ipotesi di un’iniziazione toscana del Carducci.

Un’altra tesi è sostenuta da Carlo Manelli, in un articolo pubblicato sulla rivista massonica Lumen Vitae del marzo 1957. In tale contributo “crede di poter sostenere che la tesi esposta dal fratello Salomone Sanguinetti sia in massima parte esatta, e che il poeta fu iniziato a Bologna, nell’anno 1862, nella loggia Severa e che ne uscì dopo un breve tempo. Successivamente aderì all’iniziativa del vecchio fratello Francesco Guerzi per la ricostruzione della loggia scozzese in Bologna: lo troviamo, infatti, il 22 febbraio 1866 nella Felsinea, insieme con numerosi altri colleghi universitari”. Che il Carducci al tempo della fondazione della “Felsinea” fosse già massone, secondo Manelli, è provato pure dal fatto che il poeta, in quel periodo, firmò il diploma di Maestro di Francesco Magni col grado di Principe di Rosa Croce, il che presuppone una notevole anzianità massonica.

Certo è che nel 1866 fu fondata a Bologna ed entrò a far parte del Grande Oriente d’Italia la loggia “Felsinea”, che annovera Giosue Carducci tra i sette fratelli fondatori. Pochi atti esistono al riguardo, poiché la quasi totalità del materiale relativo a quella loggia fu distrutto durante l’incursione effettuata dai fascisti (1924) nella sede massonica.

Nel 1867 la loggia bolognese si ritirò dal Grande Oriente d’Italia, con sede a Firenze, per unificarsi al Gran Consiglio di Milano.

Nel 1868 il Gran Consiglio Simbolico di Milano, nell’Assemblea Generale dell’Ordine, deliberò all’unanimità la fusione col Grande Oriente d’Italia. Il rientro di alcuni fratelli, però, non era gradito: tra questi vi era Giosue Carducci, e pertanto la sua attività massonica ufficiale si interruppe. Solo nel 1886, su invito di Lemmi, divenuto Capo Supremo dell’Ordine, venne affiliato alla loggia “Nazionale-Propaganda Massonica”. Tale officina, con sede a Roma, era stata istituita per dare affiliazione regolare a quei massoni che faticavano a frequentare i lavori nelle officine delle città di residenza. Successivamente il Carducci fu investito del supremo grado 33 del Rito Scozzese Antico ed Accettato, e chiamato a far parte del Supremo Consiglio dei 33. Dopo la fondazione, nel 1866, della loggia “VIII Agosto” di Bologna, ne venne fatto membro onorario, e partecipò a qualche sua adunanza. Dal 1868 al 1886, pur non risultando iscritto ad officine bolognesi sotto l’obbedienza del Grande Oriente, il Carducci ebbe comunque diversi contatti con esse, come risulta dai verbali in cui si registrano inviti al poeta a tenere conferenze o commemorazioni. Quel periodo, in cui si susseguirono svariate Assemblee costituenti allo scopo di dare assetto unitario alla massoneria italiana, fu caratterizzato da contatti e riconoscimenti reciproci tra massoni di varie obbedienze, e ciò può spiegare forse i ripetuti inviti rivolti al Carducci e ad altri fratelli non ancora rientrati ufficialmente nel Grande Oriente d’Italia, ma nemmeno in “sonno”.

Il Carducci risulta infatti tra i “fratelli visitatori” all’inaugurazione dei locali – nel Palazzo del Podestà – del Tempio della Loggia “Rizzoli”, nel 1883. Durante lo stesso anno, la loggia “La Ragione” di Milano fece pressanti richieste affinché il poeta tenesse a Milano una conferenza su Garibaldi, ma sempre invano.

Del 1884 fu la proposta di erigere un monumento in onore del fratello Ugo Bassi, valoroso martire della libertà, e Giosue Carducci venne scelto per redigere il manifesto pubblico, che fu però compilato da Aurelio Saffi e pubblicato alla fine del 1885. Il poeta toscano scrisse allora un’epigrafe tutt’altro che d’occasione a perenne memento di quel barnabita coraggioso e militante: “Cittadino italiano e sacerdote di Cristo/ cadeva/ fucilato dalle milizie dell’imperatore austriaco/ per sentenza della fazione signoreggiante nel nome del pontefice romano”.

Nel febbraio del 1885 venne poi commemorato Federico Campanella, patriota e riorganizzatore della famiglia massonica italiana. Per la celebrazione erano stati interpellati anche Saffi e Carducci, che tuttavia declinarono l’invito. Nel 1886, ancora, si ebbe la solenne inaugurazione del Tempio della loggia “VIII Agosto” nel Palazzo del Podestà. Tra gli altri, intervennero Aurelio Saffi e Giosue Carducci, che furono proclamati membri onorari dell’officina.

Fondamentale fu poi il ruolo del poeta nell’avviare alla massoneria un altro grande della letteratura italiana: Giovanni Pascoli. È la promessa rituale scritta dallo stesso Pascoli – documento proveniente dall’archivio dell’avvocato Ugo Lenzi di Bologna – ad attestare che, quanto meno per breve tempo, egli fu affiliato alla massoneria. Aderì alla loggia “Rizzoli” di Bologna il 22 settembre del 1882, anno della sua laurea sotto la guida del maestro Giosue Carducci. L’affiliazione del Pascoli, peraltro, sembra essere stata meramente formale, non facendo egli vita attiva di loggia. Fu “[…] suggestionato dai principi di solidarietà a cui aderivano i grandi umanisti del tempo. Tra i quali D’Annunzio”, ma non militò nella massoneria probabilmente “perché voleva restare libero e giungere al successo con le proprie forze […]”.

Giosue Carducci morì, com’è noto, nel 1907. Gli studenti ed alcuni fratelli bolognesi vegliarono la salma rivestita delle insegne massoniche. Ai funerali solenni, contraddistinti da grande partecipazione sia popolare sia delle autorità, la massoneria italiana intervenne compatta. La loggia “VIII Agosto” allora inviò alle altre officine italiane una circolare che invitava a versare un contributo per un monumento al Carducci, ma fu duramente criticata dai giornali clericali, ed in particolare dall’“Avvenire d’Italia”.

L’anno successivo, un gruppo di fratelli si staccò dalla “VIII Agosto” per fondare la loggia “Giosue Carducci”. Secondo l’“Avvenire d’Italia”, questa decisione aveva lo scopo di dividere i fratelli radicali e socialisti dai massoni non sovversivi, affiliati alla nuova officina. In realtà, la loggia “Giosue Carducci” non fu che una filiazione della loggia “VIII Agosto”, in quel momento eccessivamente numerosa. Sempre a quell’anno risale la fondazione della loggia bolognese “Ça ira”, officina molto democratica i cui aderenti erano, in larga parte, artigiani.

Oggi, solo nella regione Emilia-Romagna, si contano quattro logge intitolate a Giosue Carducci.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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A. A. Mola, Giosue Carducci. Scrittore, politico, massone, Milano, Bompiani, 2006.

GIOSUE’ CARDUCCI E LA MASSONERIA di Ilaria Sacchettiultima modifica: 2009-03-30T18:28:40+00:00da giovannisantoro
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